Torna al blog
Coronabond. Uscire dall’Unione Europea? No, grazie

Mi colpiscono molto, in questi giorni, le tensioni che si vanno creando nei rapporti tra Italia (ed altri Stati) da una parte e l’Unione Europea dall’altra.
 Inutile ripercorrere il fiume di dichiarazioni che si sono succedute.
 Leggo e sento, per la maggior parte, dichiarazioni molto nette; io, invece, voglio provare a fare il moderato.

 Primo blocco di riflessioni.
 Sulla proposta coronabond – tacciata dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen come un mero slogan – mi pare opportuno rilevare come non ricorra un obbligo tecnico-giuridico degli altri Stati nel senso dell’assunzione, da parte loro, di garanzie a nostro favore.
 Osservo, inoltre, che probabilmente la nostra proposta è stata trascurata perché il nostro disavanzo ed il nostro debito parlano per noi.
 L’intera vicenda mi sembra quella di chi, per troppo tempo, ha gridato “al lupo, al lupo” e poi, nel vero momento del bisogno, non viene ascoltato: ci saremmo dovuti preparare da tempo a qualunque emergenza.

 Secondo blocco di riflessioni.
 Non si può non evidenziare come la pandemia che stiamo vivendo fosse una situazione imprevedibile.
 E, proprio per questo, quello presente sembra davvero il momento in cui l’Unione Europea si deve riscoprire una comunità politica.
 Non trovo particolarmente rilevante verificare se gli altri Stati abbiano il dovere giuridico di sostenerci in questo momento di bisogno, né se verranno emessi – o meno – coronabond o adottate altre forme di sostegno.
 Mi sembra più importante, invece, il piano dell’analisi politica, di convenienza, sociale: neanche un cittadino deve poter pensare che ci siano degli Stati i quali lasciano da soli gli altri nel momento del bisogno.
 Sul punto, ricordo bene che la Presidente von der Leyen è una cristiano-democratica.
 Ed allora mi sono chiesto cosa promettesse il manifesto del suo partito, quello Popolare Europeo, per le elezioni del 2019.
 Il documento è intitolato “Apriamo insieme un nuovo capitolo per l’Europa”.
 Nella prima parte, intitolata “La nostra visione”, si può leggere: “Secondo i nostri Padri Fondatori, senza la volontà di dialogare e di superare gli egoismi nazionali, l’Europa sarebbe stata condannata a una guerra senza fine. Avevano compreso che, senza la determinazione a impegnarsi per la nostra libertà e i nostri valori, l’Europa sarebbe rimasta per sempre divisa tra est e ovest. Proprio come avevano fatto ai loro tempi i nostri Padri Fondatori, la nostra generazione ha ora il compito di dimostrare il coraggio e la volontà di superare le sfide odierne … Insieme, possiamo far sì che l’Europa preservi il nostro stile di vita unico e i nostri valori europei, perché i cittadini non perdano il loro senso comune di appartenenza … Se restiamo insieme oggi, garantiremo alla nostra Europa un futuro migliore”.
 Invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Ancora, nella seconda parte, dedicata a “Un’Europa che protegge i suoi cittadini”: “Gli eventi degli ultimi anni ci hanno dimostrato che gli stati nazione, da soli, non sono più in grado di offrire una protezione completa ed efficace ai propri cittadini … Insieme, i paesi europei possono garantire una maggiore sicurezza. È per questo che vogliamo unire le nostre forze in Europa e offrire la migliore protezione possibile ai nostri cittadini. La nostra è un’Europa che protegge i propri cittadini dalle minacce del XXI secolo”.
 Nuovamente, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Continua la parte terza, “Un’Europa che tutela il nostro stile di vita”: “Combatteremo le minacce per la salute e le sfide rappresentate dall’invecchiamento della popolazione, dalla resistenza agli antimicrobici e dalle malattie croniche e infettive”.
 Ancora, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Quarta parte, “Un’Europa che offre opportunità”: “Crediamo che l’economia sociale di mercato sia il miglior sistema economico per il XXI secolo. Il nostro modello europeo, a differenza del comunismo di Stato cinese, permette alle persone di prendere le proprie decisioni e, a differenza del capitalismo americano, offre a tutti opportunità e protezione sociale. Per una società che tuteli ogni suo membro e garantisca sicurezza e opportunità, abbiamo bisogno di un’economia forte. Per noi l’economia è uno strumento, non la padrona di casa”.
 Davvero? Allora è il momento di agire uniti.
 Parte quinta, “Un’Europa che fa crescere i suoi cittadini”: “Vogliamo un’Europa in cui tutti i nostri cittadini possano prosperare. Ciò non significa semplicemente uscire tutti insieme dalla crisi economica, avere un lavoro e sentirsi al sicuro. Significa anche sentirsi coinvolti, sentirsi a casa”.

 Io nell’Unione Europea voglio continuare a sentirmi a casa.
 Non mi piace chi prima vorrebbe i soldi e poi afferma che l’Unione Europea sta per fallire: dobbiamo continuare a dialogare.
 Altrettanto, non mi piace chi non dà a chi chiede nel momento del bisogno.
 Un grande esempio ci è venuto dall’Albania.
 Impariamo. Miglioriamo. Stiamo ancora insieme: siamo davvero convinti di poter sopravvivere da soli? E, in generale, di poter rinunciare a tutte le utilità che il far parte dell’Unione Europea comporta?
 Lo dico da convinto europeista: serve dialogo per superare questa crisi.
 “Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”, direbbe Papa Francesco.

 30 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

Brevissime considerazioni di un cattolico sul rapporto tra il Governo italiano e la Chiesa

 Primo principio: l’azione politico-temporale è compito dei laici, come chiarito ormai da parecchio tempo, non da ultimo anche dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II.
 Secondo principio: la Chiesa ha una sua dottrina sociale perché, avendo qualcosa da dire sul destino ultimo dell’uomo, non può disinteressarsi della vita materiale, concreta, terrena delle persone. Le idee della Chiesa in materia economica, politica e sociale sono mirabilmente riassunte nel “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” del 2005 (consultabile integralmente e gratuitamente sul sito del Vaticano).
 Sicuramente nella Chiesa è oggi, come da sempre, presente una pluralità di voci con riferimento alle vicende politiche (e mi riferisco, con queste righe, specialmente a quelle italiane).
 Polifonia legittima che purtroppo, talvolta, confonde e scandalizza i fedeli più modesti (i “piccoli”): sarebbe forse meglio che coloro che parlano, specie se hanno responsabilità pastorali, ponderassero ogni singola parola e non facessero “sparate”, in primo luogo attribuendo o negando patenti di cattolicità sulla base di singoli atti.
 Polifonia che, comunque, in ultima analisi va ricondotta ad unità. Chi riconduce la polifonia ad unità è uno e soltanto uno: il Papa, Pietro.
 Mi sorprende leggere e sentir parlare cattolici che, con finalità politiche “conservatrici”, sono disposti a mettere da parte l’unica voce che realmente “conserva” l’unità dei cristiani, quella del Papa.
 Non trovo assurdo (la storia ci consegna di peggio), ma piuttosto brutto, che un Ministro italiano utilizzi simboli o riferimenti religiosi per rivendicare la bontà di provvedimenti che si pongono in contraddizione con gli orientamenti espressi dalla Chiesa al massimo livello.
 Cattolici: la maggior parte delle questioni umane è opinabile e su esse possiamo essere creativi e pensarla diversamente, ma non dividiamoci su quello che ci unisce, in primo luogo il Papa ed il suo magistero.
 Una figura politica, per quanto apprezzata e di successo in uno Stato per un certo periodo, non può sostituire una comunità bimillenaria – ed il suo Pastore – che è l’unica ad avere parole di speranza per tutti gli uomini e per tutto l’uomo.
 Scegliamo bene i nostri pastori!

 7 agosto 2019
 Gian Mario Aresu