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Coronabond. Uscire dall’Unione Europea? No, grazie

Mi colpiscono molto, in questi giorni, le tensioni che si vanno creando nei rapporti tra Italia (ed altri Stati) da una parte e l’Unione Europea dall’altra.
 Inutile ripercorrere il fiume di dichiarazioni che si sono succedute.
 Leggo e sento, per la maggior parte, dichiarazioni molto nette; io, invece, voglio provare a fare il moderato.

 Primo blocco di riflessioni.
 Sulla proposta coronabond – tacciata dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen come un mero slogan – mi pare opportuno rilevare come non ricorra un obbligo tecnico-giuridico degli altri Stati nel senso dell’assunzione, da parte loro, di garanzie a nostro favore.
 Osservo, inoltre, che probabilmente la nostra proposta è stata trascurata perché il nostro disavanzo ed il nostro debito parlano per noi.
 L’intera vicenda mi sembra quella di chi, per troppo tempo, ha gridato “al lupo, al lupo” e poi, nel vero momento del bisogno, non viene ascoltato: ci saremmo dovuti preparare da tempo a qualunque emergenza.

 Secondo blocco di riflessioni.
 Non si può non evidenziare come la pandemia che stiamo vivendo fosse una situazione imprevedibile.
 E, proprio per questo, quello presente sembra davvero il momento in cui l’Unione Europea si deve riscoprire una comunità politica.
 Non trovo particolarmente rilevante verificare se gli altri Stati abbiano il dovere giuridico di sostenerci in questo momento di bisogno, né se verranno emessi – o meno – coronabond o adottate altre forme di sostegno.
 Mi sembra più importante, invece, il piano dell’analisi politica, di convenienza, sociale: neanche un cittadino deve poter pensare che ci siano degli Stati i quali lasciano da soli gli altri nel momento del bisogno.
 Sul punto, ricordo bene che la Presidente von der Leyen è una cristiano-democratica.
 Ed allora mi sono chiesto cosa promettesse il manifesto del suo partito, quello Popolare Europeo, per le elezioni del 2019.
 Il documento è intitolato “Apriamo insieme un nuovo capitolo per l’Europa”.
 Nella prima parte, intitolata “La nostra visione”, si può leggere: “Secondo i nostri Padri Fondatori, senza la volontà di dialogare e di superare gli egoismi nazionali, l’Europa sarebbe stata condannata a una guerra senza fine. Avevano compreso che, senza la determinazione a impegnarsi per la nostra libertà e i nostri valori, l’Europa sarebbe rimasta per sempre divisa tra est e ovest. Proprio come avevano fatto ai loro tempi i nostri Padri Fondatori, la nostra generazione ha ora il compito di dimostrare il coraggio e la volontà di superare le sfide odierne … Insieme, possiamo far sì che l’Europa preservi il nostro stile di vita unico e i nostri valori europei, perché i cittadini non perdano il loro senso comune di appartenenza … Se restiamo insieme oggi, garantiremo alla nostra Europa un futuro migliore”.
 Invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Ancora, nella seconda parte, dedicata a “Un’Europa che protegge i suoi cittadini”: “Gli eventi degli ultimi anni ci hanno dimostrato che gli stati nazione, da soli, non sono più in grado di offrire una protezione completa ed efficace ai propri cittadini … Insieme, i paesi europei possono garantire una maggiore sicurezza. È per questo che vogliamo unire le nostre forze in Europa e offrire la migliore protezione possibile ai nostri cittadini. La nostra è un’Europa che protegge i propri cittadini dalle minacce del XXI secolo”.
 Nuovamente, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Continua la parte terza, “Un’Europa che tutela il nostro stile di vita”: “Combatteremo le minacce per la salute e le sfide rappresentate dall’invecchiamento della popolazione, dalla resistenza agli antimicrobici e dalle malattie croniche e infettive”.
 Ancora, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Quarta parte, “Un’Europa che offre opportunità”: “Crediamo che l’economia sociale di mercato sia il miglior sistema economico per il XXI secolo. Il nostro modello europeo, a differenza del comunismo di Stato cinese, permette alle persone di prendere le proprie decisioni e, a differenza del capitalismo americano, offre a tutti opportunità e protezione sociale. Per una società che tuteli ogni suo membro e garantisca sicurezza e opportunità, abbiamo bisogno di un’economia forte. Per noi l’economia è uno strumento, non la padrona di casa”.
 Davvero? Allora è il momento di agire uniti.
 Parte quinta, “Un’Europa che fa crescere i suoi cittadini”: “Vogliamo un’Europa in cui tutti i nostri cittadini possano prosperare. Ciò non significa semplicemente uscire tutti insieme dalla crisi economica, avere un lavoro e sentirsi al sicuro. Significa anche sentirsi coinvolti, sentirsi a casa”.

 Io nell’Unione Europea voglio continuare a sentirmi a casa.
 Non mi piace chi prima vorrebbe i soldi e poi afferma che l’Unione Europea sta per fallire: dobbiamo continuare a dialogare.
 Altrettanto, non mi piace chi non dà a chi chiede nel momento del bisogno.
 Un grande esempio ci è venuto dall’Albania.
 Impariamo. Miglioriamo. Stiamo ancora insieme: siamo davvero convinti di poter sopravvivere da soli? E, in generale, di poter rinunciare a tutte le utilità che il far parte dell’Unione Europea comporta?
 Lo dico da convinto europeista: serve dialogo per superare questa crisi.
 “Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”, direbbe Papa Francesco.

 30 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

La crisi che verrà. Riflessioni in tempo di coronavirus: prima la libertà economica, poi lo Stato. Ma, innanzitutto, la persona.

La presente situazione, insieme ad alcune recenti letture, mi hanno fatto riflettere sulla libertà, anche economica, delle donne e degli uomini.
 Verrò subito al dunque.
 Gli ultimi 75 anni sono stati dominati essenzialmente da due grandi filoni di pensiero: da un lato, quello liberista; dall’altro, quello statalista, molto spesso animato da una visione social-comunista dei rapporti umani.
 È altrettanto vero che mai, da 75 anni a questa parte, l’Italia ha vissuto un periodo di così particolare limitazione della libertà di agire sul piano economico.
 In un simile contesto, a mio avviso torna ad avere una certa importanza interrogarsi su quale sia una congrua visione dei rapporti tra uomo ed economia.
 Guardando a queste giornate, va subito osservato che molti di noi sono a casa per evitare di prendersi il coronavirus e di diffonderlo.
 Molti, però, pensano anche ai negativi effetti economici che la presente emergenza sta producendo e che, con violenza, continuerà a produrre.

 Lo Stato ha avocato a sé tanti poteri.
 Viviamo in una situazione in cui i privati non possono liberamente produrre ricchezza e benessere, alimentando una spirale positiva con la quale si riesce a dare cibo ed istruzione alla propria famiglia, benessere e sviluppo alla propria comunità politica e via discorrendo.
 Questa limitazione, ora, mi sembra ragionevole.
 In un simile momento, quando sono in pericolo la salute e la vita, mi pare legittimo che la libertà economica sia per un momento posta in secondo piano.
 Ciò, però, mi conduce ad una naturale conclusione: se lo Stato avoca a sé tutti questi poteri, deve anche porre in essere misure di sostegno del tessuto produttivo.
 Se avoca a sé, deve occuparsi di tutti e non lasciare indietro nessuno.

 D’altro canto, sorge in via del tutto naturale un’ulteriore domanda: questa situazione ci piace
 Vogliamo che lo Stato avochi così tanti poteri a sé in via permanente?
 O vogliamo che lo Stato ci lasci liberi di lavorare e produrre, utilizzando tutte le nostre competenze e la nostra creatività?
 Io aderisco a quest’ultima opzione.
 Prima di tutto libertà dei privati e sussidiarietà: dove non è necessario l’intervento dello Stato, dove i privati sono in grado di agire liberamente e di creare benessere, sono questi ultimi a dover operare.
 Poi, se ricorre una situazione di estrema urgenza, di emergenza, è giusto che lo Stato avochi a sé alcuni poteri, sostenendo anche il tessuto produttivo privato.

 In questo senso, la teoria economica a mio avviso maggiormente condivisibile non è né quella puramente liberista – che pure, probabilmente, nel lungo periodo è in grado di portare ad una corretta allocazione delle risorse – né quella statalista.
 A me pare che coloro che sposano di netto queste concezioni le stiano considerando soltanto sotto il profilo ideale, teorico, ponendole – in una scala di valori – prima dell’uomo, con le sue concrete e multiformi esigenze; come se, in poche parole, questi loro ‘dogmi’ economici fossero più importanti della finalità dell’economia, che è – in definitiva – il benessere integrale della persona.
 Prima di tutto, a mio avviso, stanno le donne e gli uomini: con la loro libertà economica, in via generale; e con le loro esigenze di tutela, che in situazioni particolari (come quella attuale) e, in generale, per specifici fini possono essere garantite soltanto dalle comunità politiche più ampie.
 In materia economica, quindi, prima gli uomini e la loro libertà; poi, se è necessario (come ora), lo Stato.
 Non mi piacciono né liberismo né statalismo come concetti assoluti; serve, invece, uno sguardo intelligente verso la situazione del concreto momento storico.

 25 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

Coronavirus. I Padri Costituenti? Favorevoli alla limitazione della libertà di circolazione in caso di epidemia

 Le decisioni assunte dal Governo nel corso della settimana al fine di contrastare la diffusione del coronavirus hanno suscitato due blocchi di opinione contrapposti.
 Da un lato, v’è chi – la maggioranza – ha guardato con assoluto apprezzamento alle misure adottate dal Presidente Conte; dall’altro non manca una minoranza che ha posto dei dubbi di legittimità costituzionale dei provvedimenti adottati.
 Ora, senza considerare se un decreto legge o un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, anche se attuativi di un decreto legge convertito in legge, possano essere considerati strumenti idonei alla limitazione di alcuni diritti costituzionalmente garantiti, vorrei analizzare la possibilità di limitare in astratto la libertà di circolazione garantita dalla nostra Costituzione.
 In questa sede non prendo in considerazione la normativa sovranazionale in tema di libertà di movimento delle persone, preferendo limitare l’analisi alla nostra Carta fondamentale.
 Per farlo, partiamo innanzitutto dall’attuale testo dell’articolo 16 della Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
 Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».
 Si è appena visto, dunque, che sono possibili «limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».
 Ma cosa si era detto sul punto durante i lavori dell’Assemblea Costituente?
 Nella relazione sulle libertà civili del deputato Lelio Basso, presentata nell’ambito dei lavori della Prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, che si occupava dei diritti e dei doveri dei cittadini, leggiamo con interesse come il proponente avrebbe disciplinato la materia in esame: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico».
 Sul punto è presente anche un’altra relazione, quella del deputato Giorgio La Pira sui principi relativi ai rapporti civili, resa ugualmente nell’ambito dei lavori della Prima Sottocommissione. Egli avrebbe regolato la materia nei seguenti termini: «Ognuno ha diritto alla libertà di circolazione in tutto il territorio dello Stato.
 In virtù di questo diritto ogni cittadino può fissare o prendere la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio; può dovunque acquistare e possedere beni immobili; può dovunque esercitare la propria attività personale o lavorativa.
 La legge potrà porre dei limiti soltanto per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 In virtù del medesimo diritto, inoltre, nessuno può essere estradato dal territorio nazionale.
 Il diritto di emigrare, salvi gli obblighi di legge, è garantito a tutti».
 Ora, come ben si può osservare, entrambi i relatori dell’attuale articolo 16 non hanno mai dubitato della possibilità di limitare la libertà di circolazione, tramite lo strumento della legge, per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 Appare ora opportuno, però, passare a considerare il vivo dei lavori parlamentari.
 Il documento che ci viene in soccorso è il resoconto sommario della seduta della Prima Sottocommissione di venerdì 20 settembre 1946.
 Partecipano alla discussione il Presidente della Sottocommissione Tupini ed i deputati Basso, Cevolotto, Grassi, La Pira, Giovanni Lombardi, Lucifero, Mancini, Marchesi, Mastrojanni, Moro e Togliatti.
 In una Commissione così ristretta siedono pesi massimi come Giorgio La Pira (professore universitario di diritto romano, sindaco di Firenze), Concetto Marchesi (professore universitario di letteratura latina), Aldo Moro (professore universitario di filosofia del diritto e diritto e procedura penale, di cui tutti conosciamo la triste storia) e Palmiro Togliatti (grandissimo esponente del Partito Comunista Italiano).
 La seduta comincia alle 12:10.
 Il Presidente della Commissione Tupini dà lettura dell’articolo in esame: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 Il diritto di emigrare, salvo gli obblighi di legge, è garantito».
 Sempre Tupini fa osservare ai deputati che «la prima parte del presente articolo è tratta dall’articolo 4 della relazione presentata a suo tempo dall’onorevole Basso», mentre «il primo e l’ultimo capoverso dell’articolo in esame sono presi dall’ultimo capoverso dell’articolo 13 della relazione La Pira».
 Si analizza pubblicamente il primo comma dell’articolo: si discute se si debba parlare di «territorio» o «territorio nazionale» o «territorio dello Stato», «in qualunque parte» o «in qualsiasi parte» o «in ogni parte» o «in ogni parte del territorio della Repubblica» o «nello Stato repubblicano», «ogni cittadino» o «chiunque» o «cittadino» e basta.
 La qualità del drafting legislativo, si direbbe oggi, è altissima e deriva dalle stesse competenze dei deputati, anche se dai verbali si evince che pure allora alcuni parlamentari – come Calamandrei – rimproveravano agli altri una certa imprecisione terminologica.
 Torniamo alla seduta. Alla fine delle discussioni, il Presidente mette ai voti la prima parte dell’articolo con gli emendamenti approvati, che suona così: «Il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio della Repubblica».
 Il testo è approvato con 15 voti favorevoli e 2 contrari.
 Passiamo oltre, giungendo al tema di nostro interesse.
 Riporto integralmente il resoconto sommario: a mio avviso è utile leggere questi lavori calandosi mentalmente nell’aula in cui si discute, come se si fosse tra i partecipanti, senza che un commentatore esterno intervenga a fermare il procedere logico – o più emotivo – del ragionamento che ognuno di noi può fare su un tema come quello della libertà, in questo caso quella di circolazione.
 Il Presidente Tupini «pone in discussione l’altra parte dell’articolo, la quale, nella proposta dei Relatori, suona così: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico’.
 Togliatti osserva che quando si stabilisce che le autorità possano porre i limiti che vogliono per ragioni di ordine pubblico, si dà la possibilità alle autorità stesse di fare qualsiasi cosa. Propone perciò che l’espressione sia modificata nel modo seguente: ‘salvo i limiti disposti dalla legge, in circostanze eccezionali’.
 Grassi osserva che, invece di ‘ordine pubblico’, si potrebbe dire ‘sicurezza pubblica’.
 Togliatti ripete che se si lascia facoltà alla polizia, questa potrà inibire la circolazione dei cittadini per motivi di ogni genere.
 Il Presidente osserva che, appunto per impedire gli arbitri, è stato detto: ‘salvo i limiti imposti dalla legge’.
 Togliatti replica che gli italiani sono stati sempre ingannati dalla legge.
 Il Presidente fa osservare che i relatori, nel compilare il testo dell’articolo, non hanno voluto dire qualche cosa di diverso da quel che dice l’onorevole Togliatti. Essi hanno ripreso una dizione che si trova in tutte le Costituzioni democratiche.
 Togliatti insiste nella sua proposta di modifica: ‘salvo i limiti disposti dalla legge in circostanze eccezionali’.
 Basso, relatore, richiamandosi a quanto ha sempre detto in casi simili, dichiara che per lui la garanzia contro l’arbitrio è nelle disposizioni di legge. Si potrebbe, se l’onorevole Togliatti è d’accordo, rendere più chiara la formula, accettando quella affiorata nelle discussioni della Commissione del Ministero della Costituente: ‘salvo i limiti imposti con carattere generale dalla legge’. Con questo chiarimento si intenderà dire che le autorità esecutive non possono porre limiti contro una determinata persona o una determinata categoria.
 La Pira, relatore, fa presente che la formula integrale della relazione Mortati dice: ‘Ogni cittadino può fissare o prendere la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti con carattere generale dalla legge, per soli motivi di sanità o di ordine pubblico’.
 Osserva che, usando le parole: ‘con carattere generale’, si dà una specificazione ancora più precisa.
 Il Presidente fa osservare che questa specificazione sottrae il cittadino da ogni arbitrio di natura personale.
 Togliatti ritiene che si debba essere più concreti, precisando quali sono queste circostanze in cui la legge può limitare.
 Lucifero osserva che le limitazioni dovrebbero essere consentite soltanto nei casi di guerra, epidemia, pubbliche calamità.
 La Pira, relatore, fa presente che una analoga disposizione, inserita nella Costituzione estone, dice: ‘Le autorità giudiziarie soltanto hanno la facoltà di limitare o sopprimere il diritto dei cittadini di circolare e di fissare liberamente la propria dimora. Questa libertà può essere altresì limitata o soppressa da altre autorità, per ragioni di igiene, nei casi e secondo le norme fissate dalla legge’.
 Lucifero propone che si dica semplicemente: ‘salvo i casi di guerra, di epidemie e di pubbliche calamità’. Sono tre i casi in cui si possono inibire movimenti di popolazione per ragioni sostanziali che non sono ad personam.
 Togliatti dichiara di concordare con la proposta dell’onorevole Lucifero. La formula completa potrebbe essere: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per i casi di guerra, di epidemie e di pubbliche calamità’.
 Mastrojanni fa osservare che, limitando la facoltà della legge ai tre casi previsti dalla proposta dell’onorevole Lucifero, si verrebbe a togliere alle autorità di pubblica sicurezza la possibilità di rinviare al proprio domicilio, con foglio di via obbligatorio, le persone che siano, per un motivo o per un altro, indesiderabili, come nei casi di accattonaggio, prostituzione, ecc. Occorre tener presente che l’esercizio di una coercizione del genere da parte delle autorità di pubblica sicurezza risponde indubbiamente ad uno scopo di utilità e di necessità per l’umana convivenza.
 Ritiene perciò che la dizione ‘per motivi di sanità e di ordine pubblico’ debba rimanere. Accetterebbe la specificazione dell’onorevole Lucifero, purché comprendesse anche i casi di ordine pubblico.
 Mancini dichiara di accettare la proposta dell’onorevole Lucifero a condizione che venga limitata alle esigenze dell’igiene e della guerra, poiché non ha mai compreso il vero e concreto significato dell’espressione ‘pubblica calamità’, così generico ed esten­sivo a tanti incidenti della vita di un Paese.
 Togliatti spiega che sono casi di pubblica calamità, per esempio, i terremoti.
 Mancini osserva che, estendendo il concetto di pubblica calamità, si può arrivare anche a qualche cosa che rassomigli molto da vicino ai casi di ordine pubblico. Perciò limiterebbe le eccezioni soltanto ai casi di guerra e alle esigenze igieniche.
 Moro ritiene che non possano essere trascurate le considerazioni fatte dall’ono­revole Mastrojanni. È una forma essenziale di tutela della libertà dei cittadini quella di permettere alla polizia di restituire al loro domicilio e ivi fissare le persone pericolose alla sicurezza pubblica.
 Un accenno all’ordine pubblico, o a qualche cosa di analogo, deve perciò essere fatto.
 Lucifero ritiene di interpretare anche il pensiero dell’onorevole Togliatti dichia­rando di preoccuparsi che i diritti del citta­dino possano essere limitati proprio per ra­gioni di pubblica sicurezza. Quando venga introdotto questo concetto, si sa perfetta­mente che uso larghissimo ne può fare il potere esecutivo. Ciò che si vuole impedire è proprio questo. Se si tollera che, per motivi di ordine pubblico e per ragioni di pubblica sicurezza, si possano porre limita­zioni alla libertà, si stabilisce la possibilità dell’arbitrio.
 Le osservazioni dell’onorevole Mastrojanni non ricadono in questi casi. Le disposizioni di pubblica sicurezza riguardanti il foglio di via scaturiscono da altre ragioni.
 Grassi ritiene che non si debba prescin­dere dal fatto che le leggi che possono limitare la libertà di circolazione del cittadino sono soltanto quelle di sanità o di pubblica sicurezza. Saranno quindi le leggi di sanità e di pubblica sicurezza, esaminate ed appro­vate dagli organi competenti, che stabili­ranno le eccezioni, ponendo i limiti alle ecce­zioni stesse. Perciò propone che si dica sol­tanto: ‘motivi di sanità o di sicurezza pub­blica’.
 Basso, relatore, fa presente che la Com­missione, la quale prepara il testo del progetto della nuova legge di pubblica sicurezza, ha sottolineato la possibilità che nella Costitu­zione vengano usate formule che impediscano l’intervento dell’autorità nei casi ai quali ha accennato l’onorevole Mastrojanni. Osserva anche che il Consiglio di Stato, pur essendosi ispirato a principi liberalissimi, ha dato parere favorevole a che siano poste delle eccezioni, per i casi accennati, al principio della libertà della circolazione. Non si possono limitare queste facoltà della pubblica autorità.
 Moro propone che si aggiunga l’espres­sione: ‘In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere poli­tico’. Si dovrebbe cioè chiarire il senso di ‘ordine pubblico’, in modo che sia stabilita una tutela di fronte alla delinquenza comune, ma non per motivi di carattere politico.
 Marchesi dichiara che accetterebbe la. proposta dell’onorevole Moro, se non sapesse, per lunghissima esperienza, che ad un certo punto l’avversario politico diventa un delin­quente comune e quindi la legge lo colpisce come tale. Per quanto riguarda le parole ‘ordine pubblico’ e ‘pubblica sicurezza’, ­ricorda che questi due termini hanno una tristissima storia, ed hanno portato con sé una serie infinita di arbitrii a danno di cit­tadini che certo non erano meritevoli di tale trattamento.
 Pertanto si associa alla proposta dell’o­norevole Lucifero.
 Per quanto riguarda poi i casi di immora­lità, e simili, fa presente che è stato già votato un articolo circa il fermo di pubblica sicurezza. Se c’è una persona che, comunque, con la sua condotta immorale o con altre azioni, offende il diritto comune, diventa violatrice del di­ritto stesso, ed allora la pubblica sicurezza ha il potere di procedere al suo fermo o all’arresto.
 Basso, relatore, fa osservare che la ipotesi prevista nell’articolo precedente par­lava del fermo, ma solo quando vi era il fon­dato sospetto di reato. Quindi la cosa è di­versa.
 Lucifero ripete la sua proposta di aggiungere: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per i casi di guerra, di epidemia e di pubblica calamità’.
 Il Presidente dichiara che la preoccu­pazione di molti commissari non è diretta a non ammettere quello che suggerisce l’ono­revole Lucifero, ma è ispirata dal timore che con la formula dell’onorevole Lucifero non si esaurisca un’altra infinità di casi che potrebbero presentarsi e, meglio, potrebbero essere compresi in un’affermazione di carat­tere generale.
 Occorre magari specificare, ma non la­sciare una lacuna nella Costituzione.
 Lucifero replica che con la sua formula non si lascia una lacuna, perché, per le osservazioni fatte dall’onorevole Marchesi, evidentemente la prostituzione e l’accatto­naggio, come altri casi a cui si è accennato, saranno considerati, in determinate forme, nella legge ordinaria. Ritiene cosa essenziale sottrarre la competenza di queste decisioni all’autorità di pubblica sicurezza, e darla invece alla magistratura.
 Il Presidente propone di adottare una formula che possa comprendere almeno al­cuni dei casi denunciati nel corso della di­scussione. Se al termine ‘epidemia’ si so­stituisse il termine ‘sanità’, si adotterebbe una formula generica in cui potrebbero es­sere comprese anche la prostituzione, l’ac­cattonaggio, ecc.
 Domanda agli onorevoli Lucifero e Togliatti se accettano l’espressione ‘sanità’.
 Lucifero e Togliatti dichiarano di accettare la sostituzione.
 Grassi domanda se una volta stabi­lito nella Costituzione che la legge può im­porre dei limiti in quei casi di guerra, di epi­demia, ecc., si escluderà che le leggi penali, che verranno dopo la Costituzione, possano anche contemplare altri casi.
 Moro risponde che la legge può stabilire quelle forme di sanzione penale che permet­tano di attuare procedure di polizia che non sono state stabilite prima.
 Mancini dichiara di non essere d’ac­cordo con l’onorevole Moro, perché ritiene che una legge successiva non può in nessun caso modificare la legge fondamentale costi­tuzionale.
 Lombardi Giovanni propone la for­mula seguente: ‘salvo i limiti imposti dalla legge dello Stato per motivi di sanità e di ordine pubblico’.
 Basso, relatore, ritiene ingiustificata in questo caso l’osservazione che le leggi penali non possano istituire quelle determinate nor­me in quanto sarebbero contrarie alla legge costituzionale, perché nella legge costitu­zionale è stato sancito un principio che com­prende tutti gli altri, dando facoltà all’auto­rità giudiziaria di privare il cittadino della libertà personale. È chiaro che se poi la pena prevede la reclusione, non si può dire che vi è una contraddizione.
 Il Presidente mette ai voti la proposta di chiudere la discussione, salvo il diritto a prendere la parola per coloro che lo hanno domandato.
 La proposta è approvata.
 Cevolotto si dichiara d’accordo con gli onorevoli Mancini e Grassi quando so­stengono che la legge speciale, e anche il co­dice penale, non possono derogare dai limiti fissati dalla Costituzione. Quando la Costi­tuzione dice: ‘in qualsiasi parte del terri­torio della Repubblica, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità e di ordi­ne pubblico’, è evidente che si esclude che il codice penale possa, se non per motivi di sanità o di ordine pubblico, creare una dispo­sizione che preveda l’ordine di traduzione e di restituzione nella propria dimora dei vagabondi e di altre persone che si trovano in determinate condizioni.
 Contrariamente a quanto ha affermato l’onorevole Basso, ritiene che, malgrado quella disposizione di ordine generale, deve essere tenuto presente il fatto che nel successivo articolo 7 viene fissata in materia di domicilio una norma speciale più restrittiva, stabilen­dosi che il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità e di ordine pub­blico. Non vi è quindi possibilità di dero­gare da tale principio neppure in una legge speciale.
 Mastrojanni insiste perché venga mantenuta l’espressione: ‘ordine pubblico’, facendo presente che la formula dei relatori è comprensiva e nello stesso tempo esclusiva di qualsiasi ipotesi di arbitrio. D’altra parte si deve consentire all’autorità di pubblica sicurezza di poter prevenire i reati, ciò che non può avvenire se non quando l’autorità di pubblica sicurezza ha la possibilità di sorvegliare nel loro domicilio determinati elementi pericolosi per la società. Ritiene quindi essenziale inserire nella Costituzione il principio che le leggi speciali, in tema di sanità e di ordine pubblico, possano derogare alle norme generali.
 Moro osserva che l’unico limite costi­tuzionale che si può ammettere per la legge penale è quello già introdotto nella Costitu­zione dove è stabilito che non possono essere irrogate pene crudeli, e che le pene devono avere il fine della rieducazione del reo. Con tali disposizioni si sono limitate le possibilità di attentare alla libertà individuale.
 Ritiene che l’espressione ‘ordine pub­blico’ e ‘sanità’ possano essere conservate e propone la seguente formula: ‘per motivi di guerra o di pubblica calamità, di sanità e di moralità nei riguardi di coloro che escono dallo stato di detenzione’.
 Basso, relatore, ricorda che l’onorevole Moro aveva fatto una precedente proposta, che ritiene accettabile, ricavando la formula dalla relazione sui lavori preparatori per la Costituente, aggiungendo poi che ‘in nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’.
 Moro dichiara di mantenere la prima pro­posta, e di presentare anche la seconda solo in via subordinata.
 Il Presidente mette ai voti la proposta ­Moro-Basso così formulata: ‘salvi i limiti imposti con carattere generale dalla legge per soli motivi di sanità o di ordine pubblico. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’.
 (La proposta è approvata con 9 voti favo­revoli e 6 contrari).
 Precisa che la prima parte dell’articolo 7 risulta approvata nei seguenti termini: ‘Il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio della Repubblica, salvo i limiti im­posti con carattere generale dalle leggi, per soli motivi di sanità o di ordine pubblico. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’».
 Sinora hanno parlato solo le voci dei Padri Costituenti: si è potuto osservare che mai, nella loro visione, la libertà di circolazione sarebbe stata priva di qualsivoglia limite.
 L’ipotesi sulla quale si è registrata maggiore concordia è quella relativa alla limitazione dovuta a ragioni di sanità e, specialmente, epidemiologiche (e la pandemia è un’epidemia diffusa nel mondo intero).
 La materia in esame è stata interessata anche dai lavori della Terza Sottocommissione, che si occupava dei diritti e doveri economico-sociali.
 Prima di tutto, occorre esaminare brevemente la relazione del deputato Michele Giua sulle garanzie economico-sociali del diritto all’affermazione della personalità del cittadino nella parte dettata in modo specifico per la migrazione: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio nazionale, salvi i limiti imposti dalla legge per motivi di salute o di ordine pubblico».
 Anche qui, come si è letto, si parla di limitazione della circolazione per motivi di salute.
 Del tema che stiamo esaminando, quindi, si è occupata in qualche momento la Terza Sottocommissione.
 Leggiamo il resoconto sommario della seduta del 24 settembre 1946: «Molè non trova opportuno far riferimento, nella Costituzione, a ragioni di ordine pubblico; è un concetto di grande discrezionalità lasciato all’arbitrio della polizia. Le ragioni sanitarie sono applicate in base a determinazioni del Governo, i motivi di ordine pubblico possono sempre essere sollevati dalla polizia.
 Colitto ropone la formula ‘salvi i limiti imposti dalla legge’ …
 Il Presidente Ghidini … concorda nella necessità di togliere il termine ‘ordine pubblico’ … L’articolo resta così formulato: ‘Il cittadino può circolare e fissare il domicilio, la residenza e la dimora in ogni parte del territorio dello Stato, salvo i limiti imposti dalla legge’.
 Lo pone ai voti.
 (È approvato)».
 Questo, invece, il testo definitivo dell’articolo che stiamo commentando nel progetto di Carta fondamentale elaborato dalla Commissione per la Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per ragioni politiche.
 Ogni cittadino ha diritto di emigrare, salvo gli obblighi di legge.
 La Repubblica tutela il lavoro italiano all’estero».
 Ora possiamo passare ai lavori del plenum dell’Assemblea Costituente.
 Il 26 marzo 1947 si inizia la discussione generale del Titolo primo della Parte prima del progetto di Costituzione, dedicata ai «Rapporti civili».
 Leggiamo di nuovo, facendo attenzione alle parole e riflettendoci su, gli interventi più interessanti dei deputati: «Tieri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ciascun articolo di questo primo titolo della prima parte del progetto di Costituzione ha in comune con quasi tutte le altre parti del progetto il pregio di incominciare bene e il difetto di terminare male: desinit in piscem
 L’articolo 10 dà al cittadino il diritto di libera circolazione e di libero soggiorno in qualsiasi parte del territorio italiano e immediatamente dopo, nello stesso periodo in cui si proclama questo diritto, parla di limiti e di modi non soltanto per motivi di sanità – che sono ancora comprensibili – ma anche per imprecisati motivi di sicurezza …
 Dice l’articolo 10: ‘Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza’. Va bene la sanità, come abbiamo già osservato. Ma la sicurezza? Qui entriamo in un campo dove le definizioni non sono mai troppe. O in sede costituzionale non se ne parla, e sarebbe meglio non parlarne; o, se se ne vuol parlare in sede costituzionale, bisogna dar lumi al legislatore, delimitare chiaramente i suoi poteri, rassicurare il cittadino sulla impossibilità di sconfinamenti arbitrari. Anche con la successiva precisazione che la libertà di circolazione e di soggiorno non può in nessun caso esser limitata per ragioni politiche, stiamoci attenti ai trucchi e ai tranelli cui possono prestarsi i cosiddetti mezzi di difesa sociale».
 Ecco, quindi, che il deputato Tieri, molto critico sulla possibilità di limitare il diritto di circolazione per ragioni di sicurezza, sembra non nutrire particolari dubbi sulla possibilità che essa sia limitata per motivi di sanità.
 Il 27 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale: «Leone Giovanni (professore universitario di procedura penale, poi Presidente della Repubblica, n.d.r.) … Forse è opportuna anche una maggiore specificazione per quanto attiene al limite imposto nell’articolo 10 in quanto concerne – ed il rilievo risale all’onorevole Tieri – il concetto di sicurezza, come limite alla libertà di soggiorno e di circolazione. Vero è che nello stesso articolo è stabilito che mai per motivi politici può essere limitato questo diritto di libertà di circolazione e di soggiorno; ma io non so se la formula giuridica possa rimanere così com’è espressa. Forse è opportuno che quel concetto di sicurezza trovi una ulteriore specificazione limitativa».
 Anche Leone, quindi, non avanza alcun dubbio sulla possibilità di limitare la libertà di circolazione per ragioni connesse alla sanità.
 Procedendo oltre, occorre considerare la seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente di venerdì 11 aprile 1947.
 A presiedere è Terracini quando viene approvato questo testo: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per ragioni politiche.
 Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi salvo gli obblighi di legge».
 Il testo rivisitato dal Comitato di redazione prima della votazione finale, distribuito ai Deputati il 20 dicembre 1947, è il seguente: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
 Ogni cittadino, adempiuti gli obblighi di legge, è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi».
 Il testo approvato in via definitiva, poi, ha visto una lieve modifica del secondo comma, irrilevante nella presente analisi.
 Mai, quindi, un Padre Costituente ha pensato – o, quantomeno, detto in sede di redazione della nostra Carta fondamentale – che sia impossibile limitare la libertà di circolazione per motivi inerenti alla sanità: è un elemento che questa mia ricerca vuole offrire alla libera riflessione di tutti.
 La Costituzione è entrata in vigore il primo gennaio 1948.
 Il resto è cronaca di questi giorni: una cronaca che, sicuramente, è già storia.

 14 marzo 2020
 Gian Mario Aresu