La crisi che verrà. Riflessioni in tempo di coronavirus: prima la libertà economica, poi lo Stato. Ma, innanzitutto, la persona.

La presente situazione, insieme ad alcune recenti letture, mi hanno fatto riflettere sulla libertà, anche economica, delle donne e degli uomini.
 Verrò subito al dunque.
 Gli ultimi 75 anni sono stati dominati essenzialmente da due grandi filoni di pensiero: da un lato, quello liberista; dall’altro, quello statalista, molto spesso animato da una visione social-comunista dei rapporti umani.
 È altrettanto vero che mai, da 75 anni a questa parte, l’Italia ha vissuto un periodo di così particolare limitazione della libertà di agire sul piano economico.
 In un simile contesto, a mio avviso torna ad avere una certa importanza interrogarsi su quale sia una congrua visione dei rapporti tra uomo ed economia.
 Guardando a queste giornate, va subito osservato che molti di noi sono a casa per evitare di prendersi il coronavirus e di diffonderlo.
 Molti, però, pensano anche ai negativi effetti economici che la presente emergenza sta producendo e che, con violenza, continuerà a produrre.

 Lo Stato ha avocato a sé tanti poteri.
 Viviamo in una situazione in cui i privati non possono liberamente produrre ricchezza e benessere, alimentando una spirale positiva con la quale si riesce a dare cibo ed istruzione alla propria famiglia, benessere e sviluppo alla propria comunità politica e via discorrendo.
 Questa limitazione, ora, mi sembra ragionevole.
 In un simile momento, quando sono in pericolo la salute e la vita, mi pare legittimo che la libertà economica sia per un momento posta in secondo piano.
 Ciò, però, mi conduce ad una naturale conclusione: se lo Stato avoca a sé tutti questi poteri, deve anche porre in essere misure di sostegno del tessuto produttivo.
 Se avoca a sé, deve occuparsi di tutti e non lasciare indietro nessuno.

 D’altro canto, sorge in via del tutto naturale un’ulteriore domanda: questa situazione ci piace
 Vogliamo che lo Stato avochi così tanti poteri a sé in via permanente?
 O vogliamo che lo Stato ci lasci liberi di lavorare e produrre, utilizzando tutte le nostre competenze e la nostra creatività?
 Io aderisco a quest’ultima opzione.
 Prima di tutto libertà dei privati e sussidiarietà: dove non è necessario l’intervento dello Stato, dove i privati sono in grado di agire liberamente e di creare benessere, sono questi ultimi a dover operare.
 Poi, se ricorre una situazione di estrema urgenza, di emergenza, è giusto che lo Stato avochi a sé alcuni poteri, sostenendo anche il tessuto produttivo privato.

 In questo senso, la teoria economica a mio avviso maggiormente condivisibile non è né quella puramente liberista – che pure, probabilmente, nel lungo periodo è in grado di portare ad una corretta allocazione delle risorse – né quella statalista.
 A me pare che coloro che sposano di netto queste concezioni le stiano considerando soltanto sotto il profilo ideale, teorico, ponendole – in una scala di valori – prima dell’uomo, con le sue concrete e multiformi esigenze; come se, in poche parole, questi loro ‘dogmi’ economici fossero più importanti della finalità dell’economia, che è – in definitiva – il benessere integrale della persona.
 Prima di tutto, a mio avviso, stanno le donne e gli uomini: con la loro libertà economica, in via generale; e con le loro esigenze di tutela, che in situazioni particolari (come quella attuale) e, in generale, per specifici fini possono essere garantite soltanto dalle comunità politiche più ampie.
 In materia economica, quindi, prima gli uomini e la loro libertà; poi, se è necessario (come ora), lo Stato.
 Non mi piacciono né liberismo né statalismo come concetti assoluti; serve, invece, uno sguardo intelligente verso la situazione del concreto momento storico.

 25 marzo 2020
 Gian Mario Aresu