Coronabond. Uscire dall’Unione Europea? No, grazie

Mi colpiscono molto, in questi giorni, le tensioni che si vanno creando nei rapporti tra Italia (ed altri Stati) da una parte e l’Unione Europea dall’altra.
 Inutile ripercorrere il fiume di dichiarazioni che si sono succedute.
 Leggo e sento, per la maggior parte, dichiarazioni molto nette; io, invece, voglio provare a fare il moderato.

 Primo blocco di riflessioni.
 Sulla proposta coronabond – tacciata dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen come un mero slogan – mi pare opportuno rilevare come non ricorra un obbligo tecnico-giuridico degli altri Stati nel senso dell’assunzione, da parte loro, di garanzie a nostro favore.
 Osservo, inoltre, che probabilmente la nostra proposta è stata trascurata perché il nostro disavanzo ed il nostro debito parlano per noi.
 L’intera vicenda mi sembra quella di chi, per troppo tempo, ha gridato “al lupo, al lupo” e poi, nel vero momento del bisogno, non viene ascoltato: ci saremmo dovuti preparare da tempo a qualunque emergenza.

 Secondo blocco di riflessioni.
 Non si può non evidenziare come la pandemia che stiamo vivendo fosse una situazione imprevedibile.
 E, proprio per questo, quello presente sembra davvero il momento in cui l’Unione Europea si deve riscoprire una comunità politica.
 Non trovo particolarmente rilevante verificare se gli altri Stati abbiano il dovere giuridico di sostenerci in questo momento di bisogno, né se verranno emessi – o meno – coronabond o adottate altre forme di sostegno.
 Mi sembra più importante, invece, il piano dell’analisi politica, di convenienza, sociale: neanche un cittadino deve poter pensare che ci siano degli Stati i quali lasciano da soli gli altri nel momento del bisogno.
 Sul punto, ricordo bene che la Presidente von der Leyen è una cristiano-democratica.
 Ed allora mi sono chiesto cosa promettesse il manifesto del suo partito, quello Popolare Europeo, per le elezioni del 2019.
 Il documento è intitolato “Apriamo insieme un nuovo capitolo per l’Europa”.
 Nella prima parte, intitolata “La nostra visione”, si può leggere: “Secondo i nostri Padri Fondatori, senza la volontà di dialogare e di superare gli egoismi nazionali, l’Europa sarebbe stata condannata a una guerra senza fine. Avevano compreso che, senza la determinazione a impegnarsi per la nostra libertà e i nostri valori, l’Europa sarebbe rimasta per sempre divisa tra est e ovest. Proprio come avevano fatto ai loro tempi i nostri Padri Fondatori, la nostra generazione ha ora il compito di dimostrare il coraggio e la volontà di superare le sfide odierne … Insieme, possiamo far sì che l’Europa preservi il nostro stile di vita unico e i nostri valori europei, perché i cittadini non perdano il loro senso comune di appartenenza … Se restiamo insieme oggi, garantiremo alla nostra Europa un futuro migliore”.
 Invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Ancora, nella seconda parte, dedicata a “Un’Europa che protegge i suoi cittadini”: “Gli eventi degli ultimi anni ci hanno dimostrato che gli stati nazione, da soli, non sono più in grado di offrire una protezione completa ed efficace ai propri cittadini … Insieme, i paesi europei possono garantire una maggiore sicurezza. È per questo che vogliamo unire le nostre forze in Europa e offrire la migliore protezione possibile ai nostri cittadini. La nostra è un’Europa che protegge i propri cittadini dalle minacce del XXI secolo”.
 Nuovamente, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Continua la parte terza, “Un’Europa che tutela il nostro stile di vita”: “Combatteremo le minacce per la salute e le sfide rappresentate dall’invecchiamento della popolazione, dalla resistenza agli antimicrobici e dalle malattie croniche e infettive”.
 Ancora, invito tutti a verificare se queste parole stiano trovando concreta attuazione nel corso dell’attuale emergenza.
 Quarta parte, “Un’Europa che offre opportunità”: “Crediamo che l’economia sociale di mercato sia il miglior sistema economico per il XXI secolo. Il nostro modello europeo, a differenza del comunismo di Stato cinese, permette alle persone di prendere le proprie decisioni e, a differenza del capitalismo americano, offre a tutti opportunità e protezione sociale. Per una società che tuteli ogni suo membro e garantisca sicurezza e opportunità, abbiamo bisogno di un’economia forte. Per noi l’economia è uno strumento, non la padrona di casa”.
 Davvero? Allora è il momento di agire uniti.
 Parte quinta, “Un’Europa che fa crescere i suoi cittadini”: “Vogliamo un’Europa in cui tutti i nostri cittadini possano prosperare. Ciò non significa semplicemente uscire tutti insieme dalla crisi economica, avere un lavoro e sentirsi al sicuro. Significa anche sentirsi coinvolti, sentirsi a casa”.

 Io nell’Unione Europea voglio continuare a sentirmi a casa.
 Non mi piace chi prima vorrebbe i soldi e poi afferma che l’Unione Europea sta per fallire: dobbiamo continuare a dialogare.
 Altrettanto, non mi piace chi non dà a chi chiede nel momento del bisogno.
 Un grande esempio ci è venuto dall’Albania.
 Impariamo. Miglioriamo. Stiamo ancora insieme: siamo davvero convinti di poter sopravvivere da soli? E, in generale, di poter rinunciare a tutte le utilità che il far parte dell’Unione Europea comporta?
 Lo dico da convinto europeista: serve dialogo per superare questa crisi.
 “Non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”, direbbe Papa Francesco.

 30 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

La crisi che verrà. Riflessioni in tempo di coronavirus: prima la libertà economica, poi lo Stato. Ma, innanzitutto, la persona.

La presente situazione, insieme ad alcune recenti letture, mi hanno fatto riflettere sulla libertà, anche economica, delle donne e degli uomini.
 Verrò subito al dunque.
 Gli ultimi 75 anni sono stati dominati essenzialmente da due grandi filoni di pensiero: da un lato, quello liberista; dall’altro, quello statalista, molto spesso animato da una visione social-comunista dei rapporti umani.
 È altrettanto vero che mai, da 75 anni a questa parte, l’Italia ha vissuto un periodo di così particolare limitazione della libertà di agire sul piano economico.
 In un simile contesto, a mio avviso torna ad avere una certa importanza interrogarsi su quale sia una congrua visione dei rapporti tra uomo ed economia.
 Guardando a queste giornate, va subito osservato che molti di noi sono a casa per evitare di prendersi il coronavirus e di diffonderlo.
 Molti, però, pensano anche ai negativi effetti economici che la presente emergenza sta producendo e che, con violenza, continuerà a produrre.

 Lo Stato ha avocato a sé tanti poteri.
 Viviamo in una situazione in cui i privati non possono liberamente produrre ricchezza e benessere, alimentando una spirale positiva con la quale si riesce a dare cibo ed istruzione alla propria famiglia, benessere e sviluppo alla propria comunità politica e via discorrendo.
 Questa limitazione, ora, mi sembra ragionevole.
 In un simile momento, quando sono in pericolo la salute e la vita, mi pare legittimo che la libertà economica sia per un momento posta in secondo piano.
 Ciò, però, mi conduce ad una naturale conclusione: se lo Stato avoca a sé tutti questi poteri, deve anche porre in essere misure di sostegno del tessuto produttivo.
 Se avoca a sé, deve occuparsi di tutti e non lasciare indietro nessuno.

 D’altro canto, sorge in via del tutto naturale un’ulteriore domanda: questa situazione ci piace
 Vogliamo che lo Stato avochi così tanti poteri a sé in via permanente?
 O vogliamo che lo Stato ci lasci liberi di lavorare e produrre, utilizzando tutte le nostre competenze e la nostra creatività?
 Io aderisco a quest’ultima opzione.
 Prima di tutto libertà dei privati e sussidiarietà: dove non è necessario l’intervento dello Stato, dove i privati sono in grado di agire liberamente e di creare benessere, sono questi ultimi a dover operare.
 Poi, se ricorre una situazione di estrema urgenza, di emergenza, è giusto che lo Stato avochi a sé alcuni poteri, sostenendo anche il tessuto produttivo privato.

 In questo senso, la teoria economica a mio avviso maggiormente condivisibile non è né quella puramente liberista – che pure, probabilmente, nel lungo periodo è in grado di portare ad una corretta allocazione delle risorse – né quella statalista.
 A me pare che coloro che sposano di netto queste concezioni le stiano considerando soltanto sotto il profilo ideale, teorico, ponendole – in una scala di valori – prima dell’uomo, con le sue concrete e multiformi esigenze; come se, in poche parole, questi loro ‘dogmi’ economici fossero più importanti della finalità dell’economia, che è – in definitiva – il benessere integrale della persona.
 Prima di tutto, a mio avviso, stanno le donne e gli uomini: con la loro libertà economica, in via generale; e con le loro esigenze di tutela, che in situazioni particolari (come quella attuale) e, in generale, per specifici fini possono essere garantite soltanto dalle comunità politiche più ampie.
 In materia economica, quindi, prima gli uomini e la loro libertà; poi, se è necessario (come ora), lo Stato.
 Non mi piacciono né liberismo né statalismo come concetti assoluti; serve, invece, uno sguardo intelligente verso la situazione del concreto momento storico.

 25 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

Coronavirus. I Padri Costituenti? Favorevoli alla limitazione della libertà di circolazione in caso di epidemia

 Le decisioni assunte dal Governo nel corso della settimana al fine di contrastare la diffusione del coronavirus hanno suscitato due blocchi di opinione contrapposti.
 Da un lato, v’è chi – la maggioranza – ha guardato con assoluto apprezzamento alle misure adottate dal Presidente Conte; dall’altro non manca una minoranza che ha posto dei dubbi di legittimità costituzionale dei provvedimenti adottati.
 Ora, senza considerare se un decreto legge o un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, anche se attuativi di un decreto legge convertito in legge, possano essere considerati strumenti idonei alla limitazione di alcuni diritti costituzionalmente garantiti, vorrei analizzare la possibilità di limitare in astratto la libertà di circolazione garantita dalla nostra Costituzione.
 In questa sede non prendo in considerazione la normativa sovranazionale in tema di libertà di movimento delle persone, preferendo limitare l’analisi alla nostra Carta fondamentale.
 Per farlo, partiamo innanzitutto dall’attuale testo dell’articolo 16 della Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
 Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge».
 Si è appena visto, dunque, che sono possibili «limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».
 Ma cosa si era detto sul punto durante i lavori dell’Assemblea Costituente?
 Nella relazione sulle libertà civili del deputato Lelio Basso, presentata nell’ambito dei lavori della Prima Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, che si occupava dei diritti e dei doveri dei cittadini, leggiamo con interesse come il proponente avrebbe disciplinato la materia in esame: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico».
 Sul punto è presente anche un’altra relazione, quella del deputato Giorgio La Pira sui principi relativi ai rapporti civili, resa ugualmente nell’ambito dei lavori della Prima Sottocommissione. Egli avrebbe regolato la materia nei seguenti termini: «Ognuno ha diritto alla libertà di circolazione in tutto il territorio dello Stato.
 In virtù di questo diritto ogni cittadino può fissare o prendere la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio; può dovunque acquistare e possedere beni immobili; può dovunque esercitare la propria attività personale o lavorativa.
 La legge potrà porre dei limiti soltanto per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 In virtù del medesimo diritto, inoltre, nessuno può essere estradato dal territorio nazionale.
 Il diritto di emigrare, salvi gli obblighi di legge, è garantito a tutti».
 Ora, come ben si può osservare, entrambi i relatori dell’attuale articolo 16 non hanno mai dubitato della possibilità di limitare la libertà di circolazione, tramite lo strumento della legge, per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 Appare ora opportuno, però, passare a considerare il vivo dei lavori parlamentari.
 Il documento che ci viene in soccorso è il resoconto sommario della seduta della Prima Sottocommissione di venerdì 20 settembre 1946.
 Partecipano alla discussione il Presidente della Sottocommissione Tupini ed i deputati Basso, Cevolotto, Grassi, La Pira, Giovanni Lombardi, Lucifero, Mancini, Marchesi, Mastrojanni, Moro e Togliatti.
 In una Commissione così ristretta siedono pesi massimi come Giorgio La Pira (professore universitario di diritto romano, sindaco di Firenze), Concetto Marchesi (professore universitario di letteratura latina), Aldo Moro (professore universitario di filosofia del diritto e diritto e procedura penale, di cui tutti conosciamo la triste storia) e Palmiro Togliatti (grandissimo esponente del Partito Comunista Italiano).
 La seduta comincia alle 12:10.
 Il Presidente della Commissione Tupini dà lettura dell’articolo in esame: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico.
 Il diritto di emigrare, salvo gli obblighi di legge, è garantito».
 Sempre Tupini fa osservare ai deputati che «la prima parte del presente articolo è tratta dall’articolo 4 della relazione presentata a suo tempo dall’onorevole Basso», mentre «il primo e l’ultimo capoverso dell’articolo in esame sono presi dall’ultimo capoverso dell’articolo 13 della relazione La Pira».
 Si analizza pubblicamente il primo comma dell’articolo: si discute se si debba parlare di «territorio» o «territorio nazionale» o «territorio dello Stato», «in qualunque parte» o «in qualsiasi parte» o «in ogni parte» o «in ogni parte del territorio della Repubblica» o «nello Stato repubblicano», «ogni cittadino» o «chiunque» o «cittadino» e basta.
 La qualità del drafting legislativo, si direbbe oggi, è altissima e deriva dalle stesse competenze dei deputati, anche se dai verbali si evince che pure allora alcuni parlamentari – come Calamandrei – rimproveravano agli altri una certa imprecisione terminologica.
 Torniamo alla seduta. Alla fine delle discussioni, il Presidente mette ai voti la prima parte dell’articolo con gli emendamenti approvati, che suona così: «Il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio della Repubblica».
 Il testo è approvato con 15 voti favorevoli e 2 contrari.
 Passiamo oltre, giungendo al tema di nostro interesse.
 Riporto integralmente il resoconto sommario: a mio avviso è utile leggere questi lavori calandosi mentalmente nell’aula in cui si discute, come se si fosse tra i partecipanti, senza che un commentatore esterno intervenga a fermare il procedere logico – o più emotivo – del ragionamento che ognuno di noi può fare su un tema come quello della libertà, in questo caso quella di circolazione.
 Il Presidente Tupini «pone in discussione l’altra parte dell’articolo, la quale, nella proposta dei Relatori, suona così: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità o di ordine pubblico’.
 Togliatti osserva che quando si stabilisce che le autorità possano porre i limiti che vogliono per ragioni di ordine pubblico, si dà la possibilità alle autorità stesse di fare qualsiasi cosa. Propone perciò che l’espressione sia modificata nel modo seguente: ‘salvo i limiti disposti dalla legge, in circostanze eccezionali’.
 Grassi osserva che, invece di ‘ordine pubblico’, si potrebbe dire ‘sicurezza pubblica’.
 Togliatti ripete che se si lascia facoltà alla polizia, questa potrà inibire la circolazione dei cittadini per motivi di ogni genere.
 Il Presidente osserva che, appunto per impedire gli arbitri, è stato detto: ‘salvo i limiti imposti dalla legge’.
 Togliatti replica che gli italiani sono stati sempre ingannati dalla legge.
 Il Presidente fa osservare che i relatori, nel compilare il testo dell’articolo, non hanno voluto dire qualche cosa di diverso da quel che dice l’onorevole Togliatti. Essi hanno ripreso una dizione che si trova in tutte le Costituzioni democratiche.
 Togliatti insiste nella sua proposta di modifica: ‘salvo i limiti disposti dalla legge in circostanze eccezionali’.
 Basso, relatore, richiamandosi a quanto ha sempre detto in casi simili, dichiara che per lui la garanzia contro l’arbitrio è nelle disposizioni di legge. Si potrebbe, se l’onorevole Togliatti è d’accordo, rendere più chiara la formula, accettando quella affiorata nelle discussioni della Commissione del Ministero della Costituente: ‘salvo i limiti imposti con carattere generale dalla legge’. Con questo chiarimento si intenderà dire che le autorità esecutive non possono porre limiti contro una determinata persona o una determinata categoria.
 La Pira, relatore, fa presente che la formula integrale della relazione Mortati dice: ‘Ogni cittadino può fissare o prendere la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio, salvo i limiti imposti con carattere generale dalla legge, per soli motivi di sanità o di ordine pubblico’.
 Osserva che, usando le parole: ‘con carattere generale’, si dà una specificazione ancora più precisa.
 Il Presidente fa osservare che questa specificazione sottrae il cittadino da ogni arbitrio di natura personale.
 Togliatti ritiene che si debba essere più concreti, precisando quali sono queste circostanze in cui la legge può limitare.
 Lucifero osserva che le limitazioni dovrebbero essere consentite soltanto nei casi di guerra, epidemia, pubbliche calamità.
 La Pira, relatore, fa presente che una analoga disposizione, inserita nella Costituzione estone, dice: ‘Le autorità giudiziarie soltanto hanno la facoltà di limitare o sopprimere il diritto dei cittadini di circolare e di fissare liberamente la propria dimora. Questa libertà può essere altresì limitata o soppressa da altre autorità, per ragioni di igiene, nei casi e secondo le norme fissate dalla legge’.
 Lucifero propone che si dica semplicemente: ‘salvo i casi di guerra, di epidemie e di pubbliche calamità’. Sono tre i casi in cui si possono inibire movimenti di popolazione per ragioni sostanziali che non sono ad personam.
 Togliatti dichiara di concordare con la proposta dell’onorevole Lucifero. La formula completa potrebbe essere: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per i casi di guerra, di epidemie e di pubbliche calamità’.
 Mastrojanni fa osservare che, limitando la facoltà della legge ai tre casi previsti dalla proposta dell’onorevole Lucifero, si verrebbe a togliere alle autorità di pubblica sicurezza la possibilità di rinviare al proprio domicilio, con foglio di via obbligatorio, le persone che siano, per un motivo o per un altro, indesiderabili, come nei casi di accattonaggio, prostituzione, ecc. Occorre tener presente che l’esercizio di una coercizione del genere da parte delle autorità di pubblica sicurezza risponde indubbiamente ad uno scopo di utilità e di necessità per l’umana convivenza.
 Ritiene perciò che la dizione ‘per motivi di sanità e di ordine pubblico’ debba rimanere. Accetterebbe la specificazione dell’onorevole Lucifero, purché comprendesse anche i casi di ordine pubblico.
 Mancini dichiara di accettare la proposta dell’onorevole Lucifero a condizione che venga limitata alle esigenze dell’igiene e della guerra, poiché non ha mai compreso il vero e concreto significato dell’espressione ‘pubblica calamità’, così generico ed esten­sivo a tanti incidenti della vita di un Paese.
 Togliatti spiega che sono casi di pubblica calamità, per esempio, i terremoti.
 Mancini osserva che, estendendo il concetto di pubblica calamità, si può arrivare anche a qualche cosa che rassomigli molto da vicino ai casi di ordine pubblico. Perciò limiterebbe le eccezioni soltanto ai casi di guerra e alle esigenze igieniche.
 Moro ritiene che non possano essere trascurate le considerazioni fatte dall’ono­revole Mastrojanni. È una forma essenziale di tutela della libertà dei cittadini quella di permettere alla polizia di restituire al loro domicilio e ivi fissare le persone pericolose alla sicurezza pubblica.
 Un accenno all’ordine pubblico, o a qualche cosa di analogo, deve perciò essere fatto.
 Lucifero ritiene di interpretare anche il pensiero dell’onorevole Togliatti dichia­rando di preoccuparsi che i diritti del citta­dino possano essere limitati proprio per ra­gioni di pubblica sicurezza. Quando venga introdotto questo concetto, si sa perfetta­mente che uso larghissimo ne può fare il potere esecutivo. Ciò che si vuole impedire è proprio questo. Se si tollera che, per motivi di ordine pubblico e per ragioni di pubblica sicurezza, si possano porre limita­zioni alla libertà, si stabilisce la possibilità dell’arbitrio.
 Le osservazioni dell’onorevole Mastrojanni non ricadono in questi casi. Le disposizioni di pubblica sicurezza riguardanti il foglio di via scaturiscono da altre ragioni.
 Grassi ritiene che non si debba prescin­dere dal fatto che le leggi che possono limitare la libertà di circolazione del cittadino sono soltanto quelle di sanità o di pubblica sicurezza. Saranno quindi le leggi di sanità e di pubblica sicurezza, esaminate ed appro­vate dagli organi competenti, che stabili­ranno le eccezioni, ponendo i limiti alle ecce­zioni stesse. Perciò propone che si dica sol­tanto: ‘motivi di sanità o di sicurezza pub­blica’.
 Basso, relatore, fa presente che la Com­missione, la quale prepara il testo del progetto della nuova legge di pubblica sicurezza, ha sottolineato la possibilità che nella Costitu­zione vengano usate formule che impediscano l’intervento dell’autorità nei casi ai quali ha accennato l’onorevole Mastrojanni. Osserva anche che il Consiglio di Stato, pur essendosi ispirato a principi liberalissimi, ha dato parere favorevole a che siano poste delle eccezioni, per i casi accennati, al principio della libertà della circolazione. Non si possono limitare queste facoltà della pubblica autorità.
 Moro propone che si aggiunga l’espres­sione: ‘In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere poli­tico’. Si dovrebbe cioè chiarire il senso di ‘ordine pubblico’, in modo che sia stabilita una tutela di fronte alla delinquenza comune, ma non per motivi di carattere politico.
 Marchesi dichiara che accetterebbe la. proposta dell’onorevole Moro, se non sapesse, per lunghissima esperienza, che ad un certo punto l’avversario politico diventa un delin­quente comune e quindi la legge lo colpisce come tale. Per quanto riguarda le parole ‘ordine pubblico’ e ‘pubblica sicurezza’, ­ricorda che questi due termini hanno una tristissima storia, ed hanno portato con sé una serie infinita di arbitrii a danno di cit­tadini che certo non erano meritevoli di tale trattamento.
 Pertanto si associa alla proposta dell’o­norevole Lucifero.
 Per quanto riguarda poi i casi di immora­lità, e simili, fa presente che è stato già votato un articolo circa il fermo di pubblica sicurezza. Se c’è una persona che, comunque, con la sua condotta immorale o con altre azioni, offende il diritto comune, diventa violatrice del di­ritto stesso, ed allora la pubblica sicurezza ha il potere di procedere al suo fermo o all’arresto.
 Basso, relatore, fa osservare che la ipotesi prevista nell’articolo precedente par­lava del fermo, ma solo quando vi era il fon­dato sospetto di reato. Quindi la cosa è di­versa.
 Lucifero ripete la sua proposta di aggiungere: ‘salvo i limiti imposti dalla legge per i casi di guerra, di epidemia e di pubblica calamità’.
 Il Presidente dichiara che la preoccu­pazione di molti commissari non è diretta a non ammettere quello che suggerisce l’ono­revole Lucifero, ma è ispirata dal timore che con la formula dell’onorevole Lucifero non si esaurisca un’altra infinità di casi che potrebbero presentarsi e, meglio, potrebbero essere compresi in un’affermazione di carat­tere generale.
 Occorre magari specificare, ma non la­sciare una lacuna nella Costituzione.
 Lucifero replica che con la sua formula non si lascia una lacuna, perché, per le osservazioni fatte dall’onorevole Marchesi, evidentemente la prostituzione e l’accatto­naggio, come altri casi a cui si è accennato, saranno considerati, in determinate forme, nella legge ordinaria. Ritiene cosa essenziale sottrarre la competenza di queste decisioni all’autorità di pubblica sicurezza, e darla invece alla magistratura.
 Il Presidente propone di adottare una formula che possa comprendere almeno al­cuni dei casi denunciati nel corso della di­scussione. Se al termine ‘epidemia’ si so­stituisse il termine ‘sanità’, si adotterebbe una formula generica in cui potrebbero es­sere comprese anche la prostituzione, l’ac­cattonaggio, ecc.
 Domanda agli onorevoli Lucifero e Togliatti se accettano l’espressione ‘sanità’.
 Lucifero e Togliatti dichiarano di accettare la sostituzione.
 Grassi domanda se una volta stabi­lito nella Costituzione che la legge può im­porre dei limiti in quei casi di guerra, di epi­demia, ecc., si escluderà che le leggi penali, che verranno dopo la Costituzione, possano anche contemplare altri casi.
 Moro risponde che la legge può stabilire quelle forme di sanzione penale che permet­tano di attuare procedure di polizia che non sono state stabilite prima.
 Mancini dichiara di non essere d’ac­cordo con l’onorevole Moro, perché ritiene che una legge successiva non può in nessun caso modificare la legge fondamentale costi­tuzionale.
 Lombardi Giovanni propone la for­mula seguente: ‘salvo i limiti imposti dalla legge dello Stato per motivi di sanità e di ordine pubblico’.
 Basso, relatore, ritiene ingiustificata in questo caso l’osservazione che le leggi penali non possano istituire quelle determinate nor­me in quanto sarebbero contrarie alla legge costituzionale, perché nella legge costitu­zionale è stato sancito un principio che com­prende tutti gli altri, dando facoltà all’auto­rità giudiziaria di privare il cittadino della libertà personale. È chiaro che se poi la pena prevede la reclusione, non si può dire che vi è una contraddizione.
 Il Presidente mette ai voti la proposta di chiudere la discussione, salvo il diritto a prendere la parola per coloro che lo hanno domandato.
 La proposta è approvata.
 Cevolotto si dichiara d’accordo con gli onorevoli Mancini e Grassi quando so­stengono che la legge speciale, e anche il co­dice penale, non possono derogare dai limiti fissati dalla Costituzione. Quando la Costi­tuzione dice: ‘in qualsiasi parte del terri­torio della Repubblica, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità e di ordi­ne pubblico’, è evidente che si esclude che il codice penale possa, se non per motivi di sanità o di ordine pubblico, creare una dispo­sizione che preveda l’ordine di traduzione e di restituzione nella propria dimora dei vagabondi e di altre persone che si trovano in determinate condizioni.
 Contrariamente a quanto ha affermato l’onorevole Basso, ritiene che, malgrado quella disposizione di ordine generale, deve essere tenuto presente il fatto che nel successivo articolo 7 viene fissata in materia di domicilio una norma speciale più restrittiva, stabilen­dosi che il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio, salvo i limiti imposti dalla legge per motivi di sanità e di ordine pub­blico. Non vi è quindi possibilità di dero­gare da tale principio neppure in una legge speciale.
 Mastrojanni insiste perché venga mantenuta l’espressione: ‘ordine pubblico’, facendo presente che la formula dei relatori è comprensiva e nello stesso tempo esclusiva di qualsiasi ipotesi di arbitrio. D’altra parte si deve consentire all’autorità di pubblica sicurezza di poter prevenire i reati, ciò che non può avvenire se non quando l’autorità di pubblica sicurezza ha la possibilità di sorvegliare nel loro domicilio determinati elementi pericolosi per la società. Ritiene quindi essenziale inserire nella Costituzione il principio che le leggi speciali, in tema di sanità e di ordine pubblico, possano derogare alle norme generali.
 Moro osserva che l’unico limite costi­tuzionale che si può ammettere per la legge penale è quello già introdotto nella Costitu­zione dove è stabilito che non possono essere irrogate pene crudeli, e che le pene devono avere il fine della rieducazione del reo. Con tali disposizioni si sono limitate le possibilità di attentare alla libertà individuale.
 Ritiene che l’espressione ‘ordine pub­blico’ e ‘sanità’ possano essere conservate e propone la seguente formula: ‘per motivi di guerra o di pubblica calamità, di sanità e di moralità nei riguardi di coloro che escono dallo stato di detenzione’.
 Basso, relatore, ricorda che l’onorevole Moro aveva fatto una precedente proposta, che ritiene accettabile, ricavando la formula dalla relazione sui lavori preparatori per la Costituente, aggiungendo poi che ‘in nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’.
 Moro dichiara di mantenere la prima pro­posta, e di presentare anche la seconda solo in via subordinata.
 Il Presidente mette ai voti la proposta ­Moro-Basso così formulata: ‘salvi i limiti imposti con carattere generale dalla legge per soli motivi di sanità o di ordine pubblico. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’.
 (La proposta è approvata con 9 voti favo­revoli e 6 contrari).
 Precisa che la prima parte dell’articolo 7 risulta approvata nei seguenti termini: ‘Il cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in qualsiasi parte del territorio della Repubblica, salvo i limiti im­posti con carattere generale dalle leggi, per soli motivi di sanità o di ordine pubblico. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per motivi di carattere politico’».
 Sinora hanno parlato solo le voci dei Padri Costituenti: si è potuto osservare che mai, nella loro visione, la libertà di circolazione sarebbe stata priva di qualsivoglia limite.
 L’ipotesi sulla quale si è registrata maggiore concordia è quella relativa alla limitazione dovuta a ragioni di sanità e, specialmente, epidemiologiche (e la pandemia è un’epidemia diffusa nel mondo intero).
 La materia in esame è stata interessata anche dai lavori della Terza Sottocommissione, che si occupava dei diritti e doveri economico-sociali.
 Prima di tutto, occorre esaminare brevemente la relazione del deputato Michele Giua sulle garanzie economico-sociali del diritto all’affermazione della personalità del cittadino nella parte dettata in modo specifico per la migrazione: «Ogni cittadino può circolare e fissare la propria residenza o domicilio in ogni parte del territorio nazionale, salvi i limiti imposti dalla legge per motivi di salute o di ordine pubblico».
 Anche qui, come si è letto, si parla di limitazione della circolazione per motivi di salute.
 Del tema che stiamo esaminando, quindi, si è occupata in qualche momento la Terza Sottocommissione.
 Leggiamo il resoconto sommario della seduta del 24 settembre 1946: «Molè non trova opportuno far riferimento, nella Costituzione, a ragioni di ordine pubblico; è un concetto di grande discrezionalità lasciato all’arbitrio della polizia. Le ragioni sanitarie sono applicate in base a determinazioni del Governo, i motivi di ordine pubblico possono sempre essere sollevati dalla polizia.
 Colitto ropone la formula ‘salvi i limiti imposti dalla legge’ …
 Il Presidente Ghidini … concorda nella necessità di togliere il termine ‘ordine pubblico’ … L’articolo resta così formulato: ‘Il cittadino può circolare e fissare il domicilio, la residenza e la dimora in ogni parte del territorio dello Stato, salvo i limiti imposti dalla legge’.
 Lo pone ai voti.
 (È approvato)».
 Questo, invece, il testo definitivo dell’articolo che stiamo commentando nel progetto di Carta fondamentale elaborato dalla Commissione per la Costituzione: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per ragioni politiche.
 Ogni cittadino ha diritto di emigrare, salvo gli obblighi di legge.
 La Repubblica tutela il lavoro italiano all’estero».
 Ora possiamo passare ai lavori del plenum dell’Assemblea Costituente.
 Il 26 marzo 1947 si inizia la discussione generale del Titolo primo della Parte prima del progetto di Costituzione, dedicata ai «Rapporti civili».
 Leggiamo di nuovo, facendo attenzione alle parole e riflettendoci su, gli interventi più interessanti dei deputati: «Tieri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ciascun articolo di questo primo titolo della prima parte del progetto di Costituzione ha in comune con quasi tutte le altre parti del progetto il pregio di incominciare bene e il difetto di terminare male: desinit in piscem
 L’articolo 10 dà al cittadino il diritto di libera circolazione e di libero soggiorno in qualsiasi parte del territorio italiano e immediatamente dopo, nello stesso periodo in cui si proclama questo diritto, parla di limiti e di modi non soltanto per motivi di sanità – che sono ancora comprensibili – ma anche per imprecisati motivi di sicurezza …
 Dice l’articolo 10: ‘Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza’. Va bene la sanità, come abbiamo già osservato. Ma la sicurezza? Qui entriamo in un campo dove le definizioni non sono mai troppe. O in sede costituzionale non se ne parla, e sarebbe meglio non parlarne; o, se se ne vuol parlare in sede costituzionale, bisogna dar lumi al legislatore, delimitare chiaramente i suoi poteri, rassicurare il cittadino sulla impossibilità di sconfinamenti arbitrari. Anche con la successiva precisazione che la libertà di circolazione e di soggiorno non può in nessun caso esser limitata per ragioni politiche, stiamoci attenti ai trucchi e ai tranelli cui possono prestarsi i cosiddetti mezzi di difesa sociale».
 Ecco, quindi, che il deputato Tieri, molto critico sulla possibilità di limitare il diritto di circolazione per ragioni di sicurezza, sembra non nutrire particolari dubbi sulla possibilità che essa sia limitata per motivi di sanità.
 Il 27 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale: «Leone Giovanni (professore universitario di procedura penale, poi Presidente della Repubblica, n.d.r.) … Forse è opportuna anche una maggiore specificazione per quanto attiene al limite imposto nell’articolo 10 in quanto concerne – ed il rilievo risale all’onorevole Tieri – il concetto di sicurezza, come limite alla libertà di soggiorno e di circolazione. Vero è che nello stesso articolo è stabilito che mai per motivi politici può essere limitato questo diritto di libertà di circolazione e di soggiorno; ma io non so se la formula giuridica possa rimanere così com’è espressa. Forse è opportuno che quel concetto di sicurezza trovi una ulteriore specificazione limitativa».
 Anche Leone, quindi, non avanza alcun dubbio sulla possibilità di limitare la libertà di circolazione per ragioni connesse alla sanità.
 Procedendo oltre, occorre considerare la seduta antimeridiana dell’Assemblea Costituente di venerdì 11 aprile 1947.
 A presiedere è Terracini quando viene approvato questo testo: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio italiano, nei limiti e nei modi stabiliti in via generale dalla legge per motivi di sanità o di sicurezza. In nessun caso la legge può limitare questa libertà per ragioni politiche.
 Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi salvo gli obblighi di legge».
 Il testo rivisitato dal Comitato di redazione prima della votazione finale, distribuito ai Deputati il 20 dicembre 1947, è il seguente: «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
 Ogni cittadino, adempiuti gli obblighi di legge, è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi».
 Il testo approvato in via definitiva, poi, ha visto una lieve modifica del secondo comma, irrilevante nella presente analisi.
 Mai, quindi, un Padre Costituente ha pensato – o, quantomeno, detto in sede di redazione della nostra Carta fondamentale – che sia impossibile limitare la libertà di circolazione per motivi inerenti alla sanità: è un elemento che questa mia ricerca vuole offrire alla libera riflessione di tutti.
 La Costituzione è entrata in vigore il primo gennaio 1948.
 Il resto è cronaca di questi giorni: una cronaca che, sicuramente, è già storia.

 14 marzo 2020
 Gian Mario Aresu

Il Presidente della Repubblica ed i nuovi ‘ricercatori’

 Oggi il Presidente della Repubblica ha inaugurato l’anno accademico dell’Università del Sannio di Benevento.
 La lectio magistralis non è stata tenuta un professore, ma da quattro “ricercatori” (sostantivo utilizzato da Mattarella).
 Io, che sono per natura curioso, ho verificato il loro grado di affiliazione accademica.
 Sono, per la verità, dottorandi di ricerca, i primi tre del XXXIII ciclo (il mio: significa che abbiamo iniziato nel 2017) e l’ultimo del XXXIV (2018).
 L’avv. Antonio Panichella (classe 1985), dottorando di ricerca in Persona, Mercato, Istituzioni, indirizzo diritto privato, ha tenuto una relazione su solidarietà costituzionale ed obbligazioni plurisoggettive.
 L’ing. Sofia Principe (classe 1989), dottoranda di ricerca in Tecnologie dell’Informazione per l’Ingegneria, ha tenuto una lezione magistrale sullo sviluppo di tecnologie innovative in fibra ottica per la lotta al cancro.
 Il dott. Giuseppe Ruzza (classe 1986), dottorando di ricerca in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente, ha parlato di nuove tecnologie per la mitigazione dei rischi geologici.
 Il dott. Pierpaolo Scarano, senz’altro più grande dei primi tre, dottorando di ricerca del XXXIV ciclo in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e la Salute, ha affrontato il tema della sostenibilità nell’industria agroalimentare.
 Sono molto felice che il Presidente della Repubblica li abbia definiti “ricercatori” e faccio i miei complimenti a chi ha avuto l’idea di coinvolgerli in questo modo nell’occasione più solenne della vita universitaria.  
 Mi auguro che questi miei colleghi, di 4, 7 e 8 anni più grandi di me (e l’ultimo ancora di più), tanto apprezzati dal Capo dello Stato, possano trovare una collocazione nell’Università italiana.
 I dati, però, dicono chiaramente che molti di noi vengono assorbiti dalle Università straniere: è solo su questo dato che invito a riflettere chi legge queste righe.
 P.S.: potete verificare online a quanto ammonti la borsa di studio di questi “ricercatori”/dottorandi di ricerca. Se non lo trovate, chiedete pure a me.
 *
 “… questa bella formula di far fare tante, diverse, brevi lectio magistralis ad alcuni ricercatori. Vorrei ringraziarli: l’ingegnere Sofia Principe, il dottor Ruzza, il dottor Scarano e l’ultimo ricercatore, il dottor Panichella, che ci ha illustrato così bene questo versante importante dei legami tra economia e diritto.
 Ci hanno presentato una realtà di profondità di ricerca, di capacità di elaborazione …
 Ecco, i quattro ricercatori ci hanno indicato un percorso, in tanti diversi settori, di approfondimento e di ricerca.
 Io vorrei sottolineare tre elementi che emergono dai loro interventi: quello del livello di capacità di approfondimento; quello della interdisciplinarietà … che si diffonde sempre di più recuperando il senso dell’unicità del sapere in tutti i nostri atenei, e non soltanto nei nostri, ma in tutto il mondo.
 Le interazioni che sono state indicate nel primo intervento – tra medicina, ingegneria, chimica, biologia – sono evidenti. E apprendere che è in fase di realizzazione un prototipo che consente diagnosi e cure tempestivamente in quel settore così rilevante per la nostra convivenza, che è quello oncologico, è davvero molto importante. Così come l’interazione tra geologia ed elettronica per monitorare eventuali rischi di frane.
 E anche quell’interessante intervento che abbiamo ascoltato sull’utilizzo di quelli che sono erroneamente definiti ‘scarti del ciclo agro-alimentare’, sottolineando così due grandi valori: quello del riutilizzo delle materie prime seconde – come è giusto dire, come è stato ricordato – e quindi quello di un’economia sostenibile sempre di più; e dall’altro di come a questo si abbini una quantità di risorse economiche 
 L’economia sostenibile è farsi carico che il limite e l’esigenza di difesa del clima non sono un freno all’economia; al contrario, stimolano risorse e sono un motivo di crescita per l’economia. Così come, infine, il rapporto collaborativo, di intersecazione che vi è tra diritto ed economia.
 Tutto questo ha dato, con queste quattro relazioni, il senso pieno dell’attività universitaria di questo Ateneo: approfondimento, trasmissione di cultura, indirizzi. Ed è l’ultimo elemento che vorrei sottolineare: le conseguenze di arricchimento economico e di crescita che questo comporta.
 Quando l’ingegnere Principe ci ha detto ‘da questo deriva, può derivare e deriverà certamente una sollecitazione imprenditoriale, deriverà certamente una formazione di personale altamente qualificato, deriverà quindi crescita’ sottolinea il ruolo che la cultura e le Università esercitano per la crescita economica, sociale e civile del nostro Paese” (Sergio Mattarella, Benevento, 28 gennaio 2020).

 28 gennaio 2020
 Gian Mario Aresu


Cattolicesimo, compromesso, Costituzione, creato, dialogo, dittatura, Europa, incontro, Islam, immigrazione, nazionalismo e pluralismo in un discorso di Giulio Andreotti

 Mi sono imbattuto in una relazione, dal titolo “Ideale e impegno politico”, tenuta da Giulio Andreotti al Meeting di Rimini nel 2004.
 Ha confermato in me idee complesse, delle quali sono sempre più convinto.
 Riporto i passi che ho trovato più ricchi di spunti riflessione per il momento storico attuale, sottolineando – anche col corsivo e col grassetto – le parole chiave.

 “Vi è un’accentuazione di
laicismo, non più nel senso che forse c’era una volta, cioè molto ostentato, nel senso delle logge; no, c’è qualche cosa che cerca di colpirci alla radice, cioè di instaurare la convinzione che tutto quello che è moderno, tutto quello che è sviluppo, è in qualche maniera in contrasto con il nostro modo di vedere. Noi saremmo dei conservatori di alcune idee, ma il mondo poi va avanti e noi siamo scavalcati …
 Non è un caso che tre cattolici, nel dopoguerra, quando tutto era di nuovo azzerato e tutto era distrutto – l’Italia, in particolare, era isolata, non avevamo più un amico nel mondo –, tre cattolici, Adenauer, Schumann e De Gasperi, presero l’iniziativa politica di dire che cosa ci aveva distrutto, ovvero, su un piano storico, i contrasti tra Francia e Germania. E allora cercare di individuare le radici, anche materiali, di questi contrasti e impegnarsi per creare la Comunità del Carbone e dell’Acciaio, con un’assemblea politica che governasse questo. Ma, molto di più, dissero quello che aveva fatto del male all’umanità, che aveva scatenato la guerra, ovvero, un’esasperazione di nazionalismo. Un nazionalismo che, in alcuni Stati, la Germania più di tutti, in nome del sangue e dell’onore del popolo tedesco, aveva iniziato le leggi razziali e la dittatura … Tuttavia, un concetto di nazionalismo che chiudeva i singoli mondi era un concetto che bisognava superare; ed era necessario farlo con un modello positivo: l’idea di mettere a fattore comune gli interessi dei singoli paesi dell’Occidente europeo”.
 Non è accettabile “metterci a riccio, dicendo: ‘Ah, per carità, gli immigrati sono una disgrazia! Per carità, dobbiamo stare attenti. Questo Islam cerca di invaderci’. Noi dobbiamo riconoscere che c’è una parte di umanità, anche non molto distante da noi, nel Mediterraneo, che, se non trova qualche cosa anche di spirituale, vorrei dire di morale, di sostegno, di parità effettiva; se non trova un modo di veder evolvere la propria situazione economica, e dovesse rimanere stabilmente nei livelli assolutamente inumani in cui oggi vive: io non so quello che sarà il mondo … dobbiamo cercare di costruire un qualche cosa nel quale, veramente, se si vuole evitare che l’odio domini e che, veramente, l’amore abbia un suo peso, almeno altrettanto valido, forse dobbiamo ricominciare da capo, in moltissime cose. Ma proprio quello che è stato il senso coraggioso, di impostazione di una politica europea del dopoguerra, ci deve orientare
 Credo però che il fatto di avere avuto fiducia nel dialogo sia stato fondamentale, tutto, alla fine, sta in questo: la politica è dialogo … Badate, l’uomo è fatto per dialogare, se noi non portiamo questa correzione in tutti i campi, compreso quello politico, se consideriamo invece la lotta, se consideriamo l’uomo ‘homo homini lupus’, badate, non solo non costruiamo, ma tradiamo quello che è il nostro compito di preparare per le generazioni successive una vivibilità diversa da quella che le generazioni attuali hanno avuto … Dialogare non è debolezza, dialogare, naturalmente, è riconoscere che ciascuno ha qualche cosa da dire e qualche cosa da apprendere …
 Il compromesso sui principi non è lecito, e quindi, certamente, su questo non c’è discussione. Ma questi sono i principi. Per il resto, forse, tutta la nostra vita è un compromesso, fra quello che uno vorrebbe e quello che uno può, tra le esigenze proprie e le esigenze del vicino, a cominciare dalla stessa famiglia; direi dalle cose più piccole alle cose più grandi: bisogna sempre cercare di adattarsi. Se uno pretende invece che quello che è il proprio modo di vedere, di vivere o di programmare, deve essere quello, punto e basta: questo può essere buono per l’eremita della Tebaide, ma non è buono per chi deve vivere, a cominciare dalla vita familiare, in nuclei collettivi.
 Io ho avuto due esperienze … Una è quella di rispettare sempre quelli che hanno testimoniato di persona. Nelle prime esperienze politiche della mia preistoria, all’Assemblea Costituente, certamente vi erano posizioni molto nette … ho imparato alla Costituente a rispettare coloro che, in quel momento, erano contro di noi … essi però avevano alle loro spalle anni e anni di prigione e, per essere coerenti con la loro convinzione politica, avevano vissuto anni in esilio, molto miseramente. Guardate, questo suscitava, non voglio dire un’invidia, perché sarebbe ingiusto, ma rispetto e una grande ammirazione … Però io non potevo non sentire, sul piano umano, questa ammirazione, e poi ritenere che il dolore, le sofferenze, le privazioni, avevano dato una caratura a queste persone …
 Ma che cos’è che ha dato forza a questa Costituzione? Che quando si è lavorato, giorno per giorno, a cercare un punto di intesa, vi erano le tre grandi correnti: la corrente social-comunista, la corrente liberale e la corrente cristiana.     Bene, giorno per giorno, si cercava di trovare dei punti di incontro e non c’è un solo articolo della Costituzione che si possa dire: ‘questo è un articolo dei cristiani’, ‘questo è un articolo dei liberali’, ‘questo è un articolo dei socialcomunisti’.
 Ma c’è di più: a metà del lavoro della Costituente, il 31 maggio del 1947, si rompe l’alleanza governativa e il Governo del Comitato di Liberazione, fatto da noi insieme a liberali, comunisti, socialisti e repubblicani – che non erano nel Comitato di Liberazione –, si rompe, e si fa un Governo con comunisti e socialisti all’opposizione, e ad una netta opposizione. Bene, quel giorno il lavoro alla Costituente, nel redigere la Costituzione, è continuato come se non fosse successo niente; si è continuati ad andare avanti e devo dire che – poi il Signore si serve di chi vuole – noi avevamo un punto in cui eravamo in netta minoranza, perché noi alla Costituente, come democristiani, eravamo meno di comunisti e socialisti, e poi su alcuni punti c’era tutto un mondo laico che era contro di noi. Uno dei punti era proprio l’articolo che riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa, il famoso articolo 7. Noi volevamo che si citassero i Patti del Laterano, cioè che fosse fermo quello che era stato il momento conclusivo della Questione Romana. Questo, fino a quel giorno, era rimasto un sogno, ma quel giorno, il 25 marzo 1947, avemmo questa sorpresa … quando noi arrivammo al voto Togliatti annunciò il voto a favore perché, disse: ‘Non vogliamo creare un momento di contrasto nella popolazione italiana che è una parte notevole di popolazione cristiana …’. Ed è venuto fuori questo articolo …
 Quando io dico che è necessario il dialogo penso che serva anche a questo.
 Con il dialogo noi possiamo evitare, io ritengo, di creare posizioni di incomprensioni, posizioni di rigidità. Ripeto, mai sui principi, ma una volta salvi i principi c’è tutto un sistema di convivenza che noi dovremmo recuperare. Presumere sempre che la ragione possa essere da una parte o dall’altra, o che siano soltanto i numeri delle elezioni a dare la ragione o la non ragione, è qualche cosa che non possiamo accettare.
 Penso che possiamo dire questo: ci deve essere veramente un pluralismo ... l’Italia è un paese davvero molto complesso, a parte la sua storia nazionale, ma la sua cultura e i suoi interessi lo rendono un paese più complesso anche di altri.
 Allora il semplicizzare dicendo: ‘No, o è bianco o è nero’, non funziona; può funzionare meccanicamente per un certo periodo, ma non funziona, non costruisce … bisognerebbe cercare di dare questo senso del
rispetto delle pluralità
 P
er esempio, tanto per non camminare sulle nuvole, quando vedo che un Ministro attuale contesta al Ministro dell’Interno la liceità di ricercare soluzioni più eque e più umane al problema dell’immigrazione, io non ci sto; io come cristiano so che la Scrittura ci insegna che lo straniero deve avere la stessa considerazione delle vedove e degli orfani. Questa è la Sacra Scrittura e un paese di emigranti come è l’Italia non può dimenticare questo, io credo …
 La religione come tale può e, a mio avviso, deve essere come ispirazione, come linee guida, perché la religione non è un fatto di atti liturgici o un fatto esteriore, ma è un fatto di indirizzi, di comportamenti, di linee guida … Chi, attraverso la religione, ha un senso del rispetto del creato e quindi di tutte le creature, aiuta ad essere contrario ad ogni prepotenza, ad ogni sistema dittatoriale”.

 S
i possono nutrire tutti i dubbi possibili ed immaginabili sulla figura di questo statista, ma sarebbe bene che la politica tornasse a ragionare in grande come molti della sua generazione.
 Lo dico proprio perché non sono un mero laudator temporis acti, ma spero nel presente e nel futuro.

 5 novembre 2019
 Gian Mario Aresu

Non sarò mai dalla parte di chi accarezza o finge di non vedere il male che c’è nel mondo

Ieri al Senato della Repubblica è stata votata la mozione finalizzata all’istituzione di una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza e razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, prima firmataria Liliana Segre.
 Ho letto tutto il testo della mozione, che riporto di seguito, perché è giusto che ci si formi un’opinione sul dato reale, non sui commenti striminziti degli altri.
 Mentre al Senato della Repubblica si votava questa mozione, io mi trovavo al cimitero parigino di Père-Lachaise (e, poco dopo, di fronte al Bataclan).
 In una sua zona sono presenti svariate sepolture e lapidi commemorative degli uccisi dalla barbarie nazista, sia a Parigi sia nei campi di concentramento e sterminio.

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 È stato per me una sorta di incubo: volevo guardare, ero curioso, ma provavo anche fastidio.
 Mi sono venuti i brividi.
 Volevo uscire dal cimitero e, lo confesso, mi è venuto un banalissimo desiderio di mangiare una crêpe alla Nutella; mangiarla anche per quei morti, che non l’hanno conosciuta.
 Dovevo ristabilire, nella mia mente, la normalità.
 Poi, d’improvviso, una lapide: “Ils sont morts pour que nous vivions libres”.
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 Quella scritta così breve e così carica ha suscitato in me una valanga di pensieri che non riuscirei ad esprimere per iscritto, tanto erano intricati e complessi.
 Ho però alcune idee molto chiare, innanzitutto questa: non è accettabile che alcun essere vivente – e meno che mai un esponente politico – accarezzi o finga di non vedere il male che c’è nel mondo o, ancora, si dichiari stufo di questi temi o proceda a forme non corrette – perché non basate sul dato reale – di revisionismo.
 Sono un amante della precisione e della verità storica, ma su tanti aspetti questa verità è già stata raggiunta: chi la nega è criminale, ignorante e/o pericoloso.
 Detto questo su fatti già accaduti, occorre del resto non nascondersi la circostanza che assistiamo a fenomeni preoccupanti anche al giorno d’oggi.
 A questi voleva rispondere la mozione di Liliana Segre: confesso che, nella sua premessa, si fa riferimento ad alcuni provvedimenti legislativi che non apprezzo e di cui si potrebbe discutere più approfonditamente, ma, alla fin dei conti, a cosa era finalizzata?
 All’istituzione di “una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, costituita da 25 componenti in ragione della consistenza dei gruppi stessi; la Commissione elegge tra i suoi membri l’Ufficio di Presidenza composto dal Presidente, da due vice presidenti e da due segretari; la Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche”.
 La Commissione, se si legge il testo integrale della mozione, non avrà alcun super-potere; né essa lederà il principio della rappresentanza democratica, dato che ne faranno parte rappresentanti di tutti i gruppi in proporzione alla loro consistenza.
 Insomma, si tratta di una Commissione che studierà e proporrà soluzioni per fenomeni negativi che si sono verificati e continuano a verificarsi nella nostra società: se i singoli provvedimenti non saranno approvati dalla maggioranza, essi non acquisteranno efficacia; se essi avranno una qualche valenza, otterranno il consenso e produrranno i loro effetti.
 Allora perché non votare a favore della mozione?
 Non vedo alcun motivo.
 Essa è stata approvata, ma male hanno fatto Forza Italia, Fratelli d’Italia e la Lega Nord ad astenersi.
 Il commento più intelligente è, a mio avviso, quello di Mara Carfagna (Forza Italia), espresso con un tweet: “La mia @forza_italia, la mia casa, non si sarebbe mai astenuta in un voto sull’antisemitismo. Stiamo tradendo i nostri valori e cambiando pelle. Intendo questo quando dico che nell’alleanza di centro destra andiamo a rimorchio senza rivendicare nostra identità”.
 Sono, da giovane conservatore (ma anche cristiano, europeista, liberale e moderato), d’accordo con lei.
 Viva le persone libere.

 Di seguito il testo della mozione.

 Premesso che:
 tradizionalmente in Senato l’istituzione della Commissione straordinaria o speciale attesta l’attenzione dell’Istituzione per la tutela e lo sviluppo dei valori costituzionali, come avvenne il 2 agosto 2001 con l’approvazione della mozione 1-00020 della XIV Legislatura, a prima firma Alberti Casellati, sull’istituzione di un organo del Senato per la tutela dei diritti umani. Alla stessa stregua di quel nobile precedente, occorre oggi corrispondere ad istanze fortemente sentite, anche nelle sedi interparlamentari, come dimostra il fatto che il Consiglio d’Europa ha recentemente istituito la “No hate parliamentary alliance”, con lo scopo di prevenire e contrastare l’incitamento all’odio. Di questa rete fanno parte parlamentari di tutti i Paesi, che intendono impegnarsi a livello nazionale e internazionale contro l’odio in tutte le sue forme e in particolare contro l’hate speech;
 negli ultimi anni si sta assistendo ad una crescente spirale dei fenomeni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica accompagnandosi sia con atti e manifestazioni di esplicito odio e persecuzione contro singoli e intere comunità, sia con una capillare diffusione attraverso vari mezzi di comunicazione e in particolare sul web. Parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze; essi, anche se non sempre sono perseguibili sul piano penale, comunque costituiscono un pericolo per la democrazia e la convivenza civile. Si pensi solo alla diffusione tra i giovani di certi linguaggi e comportamenti riassumibili nella formula del “cyberbullismo”, ma anche ad altre forme violente di isolamento ed emarginazione di bambini o ragazzi da parte di coetanei;
 è un fatto che non esiste ancora una definizione normativa di hate speech; tuttavia in base alla raccomandazione n. (97) 20 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 30 ottobre 1997, il termine copre tutte le forme di incitamento o giustificazione dell’odio razziale, xenofobia, antisemitismo, antislamismo, antigitanismo, discriminazione verso minoranze e immigrati sorrette da etnocentrismo o nazionalismo aggressivo. Per meglio definire il fenomeno si ricorre alle categorie dell’incitamento, dell’istigazione o dell’apologia. Il termine incitamento può comprendere vari tipi di condotte: quelle dirette a commettere atti di violenza, ma anche l’elogio di atti del passato come la “Shoah”; ma incitamento è anche sostenere azioni come l’espulsione di un determinato gruppo di persone dal Paese o la distribuzione di materiale offensivo contro determinati gruppi. Chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale e chi incita a commettere atti di discriminazione o di violenza è incriminato a titolo di pericolo presunto quando il pregiudizio razziale, etnico, nazionale o religioso si trasforma da pensiero intimo del singolo a pensiero da diffondere in qualunque modo, con «argomenti», quali la superiorità della propria razza, etnia, nazione o gruppo, ma anche compiendo o incitando a compiere atti di discriminazione;
 nel 2014 è stata lanciata la campagna nazionale “No hate speech”, con la messa in onda, anche sulle reti della RAI, di spot televisivi e radiofonici che si inseriscono all’interno dell’omonimo progetto internazionale, promosso dal Consiglio d’Europa come forma di tutela dei diritti umani di fronte a fenomeni di odio e di intolleranza espressi attraverso il web, in preoccupante crescita: soltanto in Italia, circa il 41 per cento dei casi di discriminazione segnalati nel 2012 sono da ricondurre al web. Anche un gruppo di editori e di riviste italiani ha promosso recentemente la campagna “Le parole uccidono”, per indicare il pericolo del linguaggio violento e offensivo. Esiste inoltre un tavolo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, a cui partecipano le istituzioni che hanno la possibilità, in base alle loro competenze, di sensibilizzare i giovani a contrastare l’odio diffuso on line;
 considerato che:
 il fenomeno denunciato è purtroppo in crescita in tutte le società più avanzate. La comunità internazionale da anni sta cercando delle strategie di contenimento e di contrasto. La norma fondamentale che vieta ogni forma di odio deve essere considerato il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966 e reso esecutivo nel nostro Paese dalla legge 25 ottobre 1977, n. 881, che, ex articolo 20, prevede che vengano espressamente vietati da apposita legge qualsiasi forma di propaganda a favore della guerra, ma anche ogni appello all’odio nazionale, razziale o religioso che possa costituire forma di incitamento alla discriminazione o alla violenza. Insomma l’insieme di quei fenomeni che oggi sono meglio noti come hate speech. La stessa legge prevede le relative misure e sanzioni penali. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà d’espressione, Frank La Rue, ha precisato che ci sono differenze tra espressioni che costituiscono un’offesa secondo il diritto internazionale e che andrebbero perseguite penalmente, espressioni dannose, offensive o sgradite, che tuttavia gli Stati non sono tenuti a proibire penalmente, ma che possono giustificare una sanzione civile, e, invece, espressioni che non danno luogo a sanzioni penali o civili, ma che comunque causano preoccupazione in merito alla tolleranza e al rispetto altrui. Anche il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale (CERD), seppur non ricorrendo esplicitamente all’uso dell’espressione hate speech, ne ha comunque identificato le varie manifestazioni: si tratti di discorsi orali o scritti, veicolati nei mass media o su internet, attraverso simboli o immagini. Resta vero che una precisa definizione di hate speech è resa difficile dal fatto che la Convenzione ha stabilito vari standard di protezione, definendo la discriminazione come qualsiasi distinzione basata sull’etnia, sul colore o sulla nazionalità, che abbia lo scopo o l’effetto di annullare o indebolire il godimento di qualsiasi diritto umano o libertà fondamentale. È stabilito altresì che gli Stati considereranno reato punibile per legge le seguenti categorie di attività: ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza o incitamento a tali atti, rivolti contro qualsiasi gruppo di individui di diverso colore o origine etnica; andrà inoltre punita ogni assistenza ad attività razziste compreso il loro finanziamento;
 l’espressione hate speech, nonostante non sia indicata nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), è stata usata dalla Corte per la prima volta l’8 luglio 1999. La Corte ha però evitato una definizione precisa del fenomeno (nel timore che ciò limitasse il proprio futuro raggio d’azione), ricorrendo di volta in volta ad un approccio mirato, che tenesse conto delle varie circostanze del caso concreto: l’intento dello speaker, l’intensità e la severità dell’espressione, il fatto che essa fosse diretta o indiretta, esplicita o velata, singola o ripetuta. Un approccio articolato di estrema importanza e utilità nella ricerca di più adeguate e incisive politiche di risposta e contrasto al problema. La CEDU differenzia i discorsi di odio per categorie (razziali, sessuali, religiosi, etnici o politici). Gli hate speech, stando alla definizione del dizionario Oxford, consistono in un intenso ed estremo sentimento di avversione, rifiuto, ripugnanza, livore, astio e malanimo verso qualcuno. Diversamente dall’hate speech, i crimini di odio (hate crimes) costituiscono un’offesa penale diretta intenzionalmente contro una vittima predeterminata e pertanto possono rendersi necessarie restrizioni di carattere repressivo;
 gli hate speech sono difficili da definire e suscettibili di applicazioni arbitrarie, i codici penali di molti Stati membri, infatti, con riferimento all’incitamento alla violenza o all’odio, utilizzano svariate terminologie e di conseguenza vari criteri di applicazione. Gli aspetti più divergenti fra le varie legislazioni dipendono per lo più dai seguenti fattori: il peso attribuito all’intento, alla motivazione, allo strumento di comunicazione prescelto, al contesto e alle conseguenze prevedibili in date circostanze. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa definisce gli hate speech come le forme di espressioni che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o più in generale l’intolleranza, ma anche i nazionalismi e gli etnocentrismi, gli abusi e le molestie, gli epiteti, i pregiudizi, gli stereotipi e le ingiurie che stigmatizzano e insultano;
 al riguardo è intervenuta anche l’Unione europea con l’adozione della decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio del 28 novembre 2008, che, nella lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia, ricorre al diritto penale. Secondo questa decisione gli Stati membri devono garantire che siano punibili i discorsi di incitamento all’odio, intenzionali e diretti contro un gruppo di persone o un membro di essi, in riferimento alla razza, al colore, alla religione o all’etnia. Deve risultare, altresì, punibile l’istigazione pubblica alla violenza o all’odio, quale che sia la forma di diffusione: scritti, immagini o altro materiale. Lo stesso dicasi per l’apologia o la negazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e di quelli di guerra e, infine, quanto ai comportamenti atti a turbare l’ordine pubblico o minacciosi, offensivi e ingiuriosi. La stessa Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (OSCE) si è impegnata, con la decisione 9/2009 “Combating hate crimes”, a riconoscere e sanzionare i crimini dell’odio in quanto tali, cioè basati su motivi razzisti o xenofobi;
 anche in Italia ovviamente esiste un’ampia produzione normativa in materia e importanti iniziative legislative sono state incardinate la scorsa Legislatura e annunciate di recente. Basti ricordare la legge 13 ottobre 1975, n. 654, di recepimento della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 1966 e il decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, “decreto Mancino”, che reprime l’incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Nel corso della XVII Legislatura è stata approvata invece la legge 16 giugno 2016, n. 115, che recepisce la già ricordata decisione quadro europea 2008/913 GAI, ed attribuisce rilevanza penale alle affermazioni negazioniste della Shoah, ma in genere di tutti gli atti di genocidio e di crimini di guerra e contro l’umanità. L’interruzione della legislatura ha invece impedito l’approvazione definitiva della “legge Fiano”, che colpisce con strumenti aggiornati ogni forma di apologia del fascismo. Sempre nella XVII Legislatura la Camera dei deputati ha istituito una Commissione sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo intitolata alla parlamentare del Regno Unito, Jo Cox, uccisa nel 2016 per motivi di odio e intolleranza. Con l’istituzione della Commissione, composta da parlamentari e non, si intese corrispondere all’invito del Consiglio d’Europa ad una sempre maggiore sensibilizzazione dei Parlamenti nazionali in fatto di conoscenza e contrasto di tutte le forme di intolleranza e razzismo;
 rilevata, pertanto, l’esigenza di provvedere all’immediata istituzione di un organismo ad hoc, in modo tale da permettere al Senato della Repubblica di onorare la sua tradizione e l’impegno per la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone,
delibera di istituire una Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza, costituita da 25 componenti in ragione della consistenza dei gruppi stessi; la Commissione elegge tra i suoi membri l’Ufficio di Presidenza composto dal Presidente, da due vice presidenti e da due segretari; la Commissione ha compiti di osservazione, studio e iniziativa per l’indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche. Essa controlla e indirizza la concreta attuazione delle convenzioni e degli accordi sovranazionali e internazionali e della legislazione nazionale relativi ai fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e di istigazione all’odio e alla violenza, nelle loro diverse manifestazioni di tipo razziale, etnico-nazionale, religioso, politico e sessuale. La Commissione svolge anche una funzione propositiva, di stimolo e di impulso, nell’elaborazione e nell’attuazione delle proposte legislative, ma promuove anche ogni altra iniziativa utile a livello nazionale, sovranazionale e internazionale. A tal fine la Commissione: a) raccoglie, ordina e rende pubblici, con cadenza annuale: 1) normative statali, sovranazionali e internazionali; 2) ricerche e pubblicazioni scientifiche, anche periodiche; 3) dati statistici, nonché informazioni, dati e documenti sui risultati delle attività svolte da istituzioni, organismi o associazioni che si occupano di questioni attinenti ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di cosiddetto hate speech; b) effettua, anche in collegamento con analoghe iniziative in ambito sovranazionale e internazionale, ricerche, studi e osservazioni concernenti tutte le manifestazioni di odio nei confronti di singoli o comunità. A tale fine la Commissione può prendere contatto con istituzioni di altri Paesi, nonché con organismi sovranazionali e internazionali ed effettuare missioni in Italia o all’estero, in particolare presso Parlamenti stranieri, anche, ove necessario, allo scopo di stabilire intese per il contrasto all’intolleranza, al razzismo e all’antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di hate speech; c) formula osservazioni e proposte sugli effetti, sui limiti e sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente al fine di assicurarne la rispondenza alla normativa dell’Unione europea e ai diritti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di prevenzione e di lotta contro ogni forma di odio, intolleranza, razzismo e antisemitismo; la Commissione, quando necessario, può svolgere procedure informative ai sensi degli articoli 46, 47 48 e 48-bis del Regolamento; formulare proposte e relazioni all’Assemblea, ai sensi dell’articolo 50, comma 1, del Regolamento; votare risoluzioni alla conclusione dell’esame di affari ad essa assegnati, ai sensi dell’articolo 50, comma 2, del Regolamento; formulare pareri su disegni di legge e affari deferiti ad altre Commissioni, anche chiedendone la stampa in allegato al documento prodotto dalla Commissione competente, ai sensi dell’articolo 39, comma 4, del Regolamento; entro il 30 giugno di ogni anno, la Commissione trasmette al Governo e alle Camere una relazione sull’attività svolta, recante in allegato i risultati delle indagini svolte, le conclusioni raggiunte e le proposte formulate; la Commissione può segnalare agli organi di stampa ed ai gestori dei siti internet casi di fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche, quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o di altre particolari condizioni fisiche o psichiche, richiedendo la rimozione dal web dei relativi contenuti ovvero la loro deindicizzazione dai motori di ricerca.

 31 ottobre 2019
 Gian Mario Aresu

In attesa delle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

 Scrivo alcune considerazioni sui 6 principali partiti (chi più, chi meno) prima che parli il Presidente della Repubblica (ore 20 circa).

 LIBERI E UGUALI
 Sono stati chiari, sono in grado di formare un nuovo governo di legislatura con altre forze politiche.

 FRATELLI D’ITALIA
 Innegabilmente ultra-coerenti.
 Strategicamente è ovvio che abbiano tutti gli interessi ad andare ora al voto, perché indubbiamente crescerebbero.
 Prenderebbero anche molti voti della Lega, che secondo me è in discesa per le ragioni che dirò poco sotto.

 FORZA ITALIA
 Silvio Berlusconi, al termine del suo incontro col Presidente della Repubblica, ha fatto uno dei suoi tipici discorsi brillanti (ha addirittura detto ai giornalisti presenti al Quirinale, per “farseli amici”, che – a seconda di chi governerà – l’editoria, specialmente della carta stampata, collasserà).
 Ma io mi chiedo: come fa a dire che è bene fare un governo di centro-destra – ciò che attualmente è, oggettivamente, impossibile, perché il Movimento 5 Stelle ha una marea di parlamentari – dopo che Salvini, coi suoi balletti, si è bruciato quantomeno per questa legislatura?
 Va bene, ha fatto una provocazione, sa bene che non si può fare un governo di centro-destra con queste Camere.
 Ma allora quale è la vera proposta? Andare ora al voto con un centro-destra unito.
 Discorso che va bene per Fratelli d'Italia, che ha solo da guadagnare, ma non per Forza Italia, che ha solo da perdere.
 Berlusconi in sostanza ha chiesto di essere fatto fuori come leader e si è consegnato a Salvini: sotto questo profilo non l’ho riconosciuto.

 PARTITO DEMOCRATICO
 Il segretario Zingaretti è davvero poco furbo.
 Innanzitutto è Renzi che ha proposto un governo col Movimento 5 Stelle ed è normale che sia così, perché in politica non contano le cariche partitiche, ma il potere.
 Zingaretti ieri ha fatto propria questa posizione e l’ha ribadita a mio avviso con eccessiva sicurezza all’esito del colloquio col Presidente Matterella: è sicuro che si faccia un governo 5 Stelle-PD?
 Io credo sia molto possibile, ma al suo posto sarei stato molto più cauto, perché non ha considerato che Salvini e Di Maio dovevano ancora esprimersi pubblicamente:
 1. Salvini ha fatto un balletto, dichiarando di essere in qualche modo disposto a mobilitare la Lega per una nuova esperienza di governo, purché i “no” dei 5 Stelle su certe materie diventino dei “sì”;
 2. i 5 Stelle hanno chiarito, con Di Maio, che per loro è fondamentale il taglio dei parlamentari, che il PD non vuole. E ci sono parecchie altre divergenze programmatiche tra PD e 5 Stelle.
 Ribadisco: io al posto di Zingaretti mi sarei esposto meno, non conoscendo ancora il contenuto delle dichiarazioni pubbliche di Di Maio e Salvini.
 E non vale dire che ha già parlato in privato coi 5 Stelle: le dichiarazioni pubbliche sono tutt’altra cosa ed espongono davvero, mentre le chiacchiere segrete sono fondamentali ma con quelle non si fa, di fronte agli elettori, la figura di quello che viene fregato.

 MOVIMENTO 5 STELLE
 Di Maio è, immeritatamente, ultrafortunato, anche perché ha goduto dell’azione governativa di un uomo intelligente come Conte.
 Il giovane campano ha dichiarato, all’esito del colloquio col Presidente della Repubblica, che il governo nell’ultimo periodo non riusciva a “fare le leggi” in certe materie.
 Dichiarazione che dimostra un’ignoranza abissale che fa venire i brividi perché pronunciata da un Ministro.
 Ma parliamoci chiaro: Di Maio è del 1986, parlamentare e vice-Presidente della Camera dei Deputati a 27 anni, Ministro a 32...
 Cosa rischia? Si tratta semplicemente di uno che si è sistemato.
 Non ha titolo né professione, ma se anche si andasse ad elezioni e non fosse nuovamente il leader dei 5 Stelle (il Movimento perderebbero molti voti, ma a lui che importa?!), dopo essere stato chi è stato avrebbe forse difficoltà a diventare quantomeno deputato o a svolgere qualche altro incarico istituzionale?
 È venuto su dal niente, ma non tornerà nel niente.
 Stare un po’ nell’ombra gli andrebbe anche bene: posto sicuro e nessuna responsabilità in un esecutivo.
 Del resto ha dichiarato che l’aver fatto parte del governo ha fatto perdere ai 5 Stelle parecchio consenso: meglio fare l’opposizione, non si rischia nulla.

 LEGA
 Salvini è pessimo.
 Nel marzo 2018 ha vinto le elezioni col centro-destra.
 Per governare ha fatto un inciucio/accrocchio col Movimento 5 Stelle.
 Questo mese ha avviato una crisi di governo e sfiduciato Conte.
 Conte giustamente si è innervosito, è andato al Senato ed ha dichiarato di dimettersi, rimproverandolo come si fa con i bulletti.
 A quel punto Salvini ha ritirato la sfiducia, perché ha ottenuto ciò che voleva.
 Ma cosa voleva realmente? Andare ad elezioni per “capitalizzare” il suo consenso (per giunta fregandosene delle sue responsabilità finanziarie)?
 Benissimo, analizziamo cosa può accadere:
 1. se non riuscisse ad andare ad elezioni perché si fa un altro governo, in qualche modo si brucerebbe e – ciò che fa innervosire chi nel marzo 2018 aveva votato il centro-destra – avrà la “colpa” di aver consegnato personalmente il Paese al centro-sinistra;
 2. se tornasse al governo – cosa quasi del tutto improbabile perché non penso che goda di alcuna stima da parte del Presidente Mattarella, ma ha dichiarato poco fa di essere disposto ad un nuovo governo del “fare”, del “sì”, quindi vaglio anche questa ipotesi – comunque ne uscirebbe screditato, perché ha fatto rischiare ai cittadini instabilità, aumento dell’IVA e tanto altro, ponendo in essere un balletto che definire penoso è dire poco;
 3. se anche si andasse ad elezioni, secondo me Salvini perderebbe parecchio consenso per varie ragioni: gli italiani non apprezzano chi crea instabilità; chi si comporta causando il rischio di un aumento delle tasse; chi, comunque la si pensi, non ha fatto granché se non sotto il profilo dell’immigrazione e della sicurezza.
 Insomma, Salvini mi sembra un bambino goloso che, contento del suo barattolone di Nutella, invece di mangiarne cucchiano per cucchiaino, cerca di rovesciarsela tutta in bocca e si sporca tutto. E, mentre cerca di pulirsi, si fa rubare 5 euro dall’amichetto, che va a comprarsi un barattolo di Nutella a sue spese e se la mangia di fronte a lui.

 Erano idee sparse. Mi fido di Mattarella. Attendo.

 22 agosto 2019, 19:35
 Gian Mario Aresu

Crisi di governo ovvero siamo dei morti di fame e continuiamo a parlare d’altro

 Ore di crisi di governo.
 Ma, facendo un passo indietro, sinora questo Governo cosa ha fatto?
 La Lega ha soltanto parlato di sicurezza, ponendo in essere, tra l’altro, provvedimenti di dubbia ragionevolezza. E, per quanto riguarda la politica sociale, si è piegata al programma del Movimento 5 Stelle.
 Il Movimento 5 Stelle ha realizzato soltanto misure sociali economicamente insostenibili, piegandosi nelle altre materie alle richieste della Lega.
 Le misure sociali dei 5 Stelle avrebbero dovuto essere la panacea di tutti i mali: si tornerà a lavorare, si diceva, ed il Paese crescerà.
 I dati, invece, parlano chiaro: siamo uno Stato con una crescita sostanzialmente pari a zero.
 Ora la Lega ha depositato una mozione di sfiducia nei confronti del Governo Conte.
 Ma come?! Avete sinora disposto dei soldi degli italiani e non volete prendervi la responsabilità di fare la legge finanziaria?! Spiegate, prima di tutto, da dove intendete cacciare fuori i soldi necessari ad attuare quello che avete messo nero su bianco.
 Sicuramente, su questo punto, si tornerà a dire le solite sciocchezze sull’Unione Europea: “C’è una politica di austerità – si sente dire sempre –, non siamo liberi di investire”.
 Ma investire cosa? I soldi che non abbiamo? Abbiamo un debito pubblico alle stelle che grava come una spada su ogni cittadino e su ogni bambino che nasce in questo Paese.
 Se uno non ha i soldi cosa fa? Spende o risparmia? Perché Salvini o Di Maio devono spendere soldi che un giorno dovranno pagare i cittadini ora più giovani e neanche indicare in finanziaria come si andrà avanti il prossimo anno? De Andrè direbbe che con questa mossa un certo partito si crederà assolto, ma la verità è che nella mia visione rimarrà per sempre coinvolto.
 Aggiungo che mi fa ridere la continuamente propugnata contrapposizione Stato/Unione Europea: le persone più brillanti che conosco ritengono, sì, che l’UE debba essere amministrativamente riorganizzata, ma hanno molta più fiducia nelle istituzioni eurounitarie piuttosto che in quelle italiane.
 Molte di queste persone sono giovani. Giovani del terzo millennio che non si sentono più delle pertinenze di una terra che li ha cresciuti e che si comporta da matrigna a causa di una classe dirigente che litiga senza che si parli di ciò che è più necessario: il pane.
 I giovani prendono i piedi (che ormai si chiamano voli di nome e Ryanair di cognome) e se ne vanno. Lo stanno già facendo. Lo stanno facendo anche i migliori.
 Il tessuto privato italiano, l’unico che può davvero dare benessere e sorreggere lo Stato, è particolarmente sfibrato (e si registra una crescita zero).
 Molti si riversano nel pubblico – ne parlo per esperienza diretta – e l’ambizione dei giovani è diventata quella vincere un concorso da tot posti e con un numero di partecipanti di tot x 100. Ma è normale? La nostra società sa offrire soltanto questo? E poi: chi deve pagarlo questo pubblico?
 Che analisi in prospettiva c’è da parte di chi governa? Lo dico io: non ce n’è. E non ce ne sarebbe nemmeno se cambiasse il Governo, se l’elettorato rimanesse schierato come sappiamo.
 Solo due incisi.
 Primo. Preoccupato della possibile caduta del Governo, Di Maio chiede che si proceda anzitutto alla riduzione del numero dei parlamentari: ci può stare, va bene, ma è davvero un’idea così brillante?
 Secondo. Forse si torna ed elezioni con la legge Rosato. Quindi, per l’ennesima volta, i cittadini non potranno scegliere nominalmente i propri rappresentanti, vale a dire le persone fisiche che decidono per tutti: molto spesso si dice che simili leggi elettorali servono per dare stabilità ai Governi, ma non mi pare che questo risultato sia stato raggiunto.
 Si trattava, però, soltanto di incisi: incisi relativi a giochini di persone che non hanno alcuna visione di prospettiva per il Paese.
 Prima di tutto dovremmo parlare di altro: di pane.
 Vale la pena, per un giovane, impegnarsi qui? E per gli adulti che hanno perso il lavoro? E per i più grandi e gli anziani: chi gli pagherà la pensione?
 Siamo alla fame e continuiamo a parlare di litigi. Perché, anche se tornassimo ad elezioni, consegneremmo il Paese a qualcuno che non ha alcuna visione lunga.
 Io ricordo cosa è accaduto qualche anno fa in Grecia. Noi siamo senz’altro di più e siamo più forti, ma dove sta scritto che la nostra situazione non possa precipitare?
 Vedo solo una società sempre più sfibrata e vecchia.
 So, del resto, che a molti personaggi non farei nemmeno parcheggiare la mia automobile, mentre molti miei connazionali non disdegnano di consegnargli il nostro destino comune.
 In più sono gravi anche le parole che si utilizzano. Qualcuno chiede che gli italiani gli attribuiscano “pieni poteri”, espressione che mi fa venire i brividi. Io non attribuirei e non attribuirò mai alcun potere ad un politico che mi chiede “pieni poteri”.
 Ad Andreotti, figura discussa ma certamente brillante, fu chiesto cosa avrebbe fatto se avesse avuto un potere assoluto. Rispose: “Sicuramente qualche sciocchezza”.

 9 agosto 2019
 Gian Mario Aresu

Brevissime considerazioni di un cattolico sul rapporto tra il Governo italiano e la Chiesa

 Primo principio: l’azione politico-temporale è compito dei laici, come chiarito ormai da parecchio tempo, non da ultimo anche dai documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II.
 Secondo principio: la Chiesa ha una sua dottrina sociale perché, avendo qualcosa da dire sul destino ultimo dell’uomo, non può disinteressarsi della vita materiale, concreta, terrena delle persone. Le idee della Chiesa in materia economica, politica e sociale sono mirabilmente riassunte nel “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” del 2005 (consultabile integralmente e gratuitamente sul sito del Vaticano).
 Sicuramente nella Chiesa è oggi, come da sempre, presente una pluralità di voci con riferimento alle vicende politiche (e mi riferisco, con queste righe, specialmente a quelle italiane).
 Polifonia legittima che purtroppo, talvolta, confonde e scandalizza i fedeli più modesti (i “piccoli”): sarebbe forse meglio che coloro che parlano, specie se hanno responsabilità pastorali, ponderassero ogni singola parola e non facessero “sparate”, in primo luogo attribuendo o negando patenti di cattolicità sulla base di singoli atti.
 Polifonia che, comunque, in ultima analisi va ricondotta ad unità. Chi riconduce la polifonia ad unità è uno e soltanto uno: il Papa, Pietro.
 Mi sorprende leggere e sentir parlare cattolici che, con finalità politiche “conservatrici”, sono disposti a mettere da parte l’unica voce che realmente “conserva” l’unità dei cristiani, quella del Papa.
 Non trovo assurdo (la storia ci consegna di peggio), ma piuttosto brutto, che un Ministro italiano utilizzi simboli o riferimenti religiosi per rivendicare la bontà di provvedimenti che si pongono in contraddizione con gli orientamenti espressi dalla Chiesa al massimo livello.
 Cattolici: la maggior parte delle questioni umane è opinabile e su esse possiamo essere creativi e pensarla diversamente, ma non dividiamoci su quello che ci unisce, in primo luogo il Papa ed il suo magistero.
 Una figura politica, per quanto apprezzata e di successo in uno Stato per un certo periodo, non può sostituire una comunità bimillenaria – ed il suo Pastore – che è l’unica ad avere parole di speranza per tutti gli uomini e per tutto l’uomo.
 Scegliamo bene i nostri pastori!

 7 agosto 2019
 Gian Mario Aresu

Libertà, Sentinelle in Piedi ed elezioni comunali di Cagliari

Divampa, in queste ore, una polemica riguardante la partecipazione del neo-eletto sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, ad una manifestazione delle Sentinelle in Piedi del maggio 2015.
 Ho qualcosa da dire sul punto.
 24 maggio 2015: ero stato inviato dal direttore di un giornale locale – il settimanale diocesano di Cagliari, “Il Portico” – a seguire la manifestazione.
 Il mio articolo è apparso sul numero del 31 maggio.
 Lo riporto.

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 Devo porre in evidenza che in quell’occasione – l’unico evento del movimento al quale io abbia assistito – le Sentinelle in Piedi hanno manifestato pacificamente e senza provocare alcuno scontro.
 Ci sono state, alla fine dell’ora di silenzio, delle urla tra manifestanti e contro-manifestanti: questi ultimi, infatti, cercavano di impedire la lettura del comunicato finale delle Sentinelle.
 Non volendo risultare cronachistico, procedo ad una breve riflessione.
 A me non interessa entrare, lo premetto, nel merito delle ragioni dei manifestanti e dei contro-manifestanti.
 Voglio soltanto affermare il fondamentale principio della libertà, quella esaltata da qualunque persona di buon senso, “ch’è sì cara”, parole che Dante mette in bocca a Virgilio nell’Inferno.
 Si ha o no la libertà di manifestare contro l’approvazione di una o più leggi?
 Se la risposta è no, non parliamo la stessa lingua. E la mia lingua è quella della libertà.
 Aver partecipato ad una manifestazione con cui si esprime una libera idea, nella misura in cui non si incita all’odio od alla violenza (e non mi pare che leggere in silenzio produca un tale effetto), costituisce un marchio negativo da portare con sé per il resto della propria carriera politica e non solo?
 Se la risposta è sì, allora non parliamo la stessa lingua. E la mia lingua è quella della libertà.
 Libertà che è un bene da difendere per ciascun individuo: sono disposto a scrivere questo stesso commento per chiunque manifesti qualsiasi idea senza incitare all’odio od alla violenza.
 Chi ama la libertà la ama sempre, non a giorni o ad ideologie alterne.

 18 giugno 2019
 Gian Mario Aresu